Di ritorno da una tre giorni ad Amsterdam con l’aggiunta del concerto di Anouk.

Bellissima e vivibile anche se non ci aspettavamo lo stesso caldo lasciato e ritrovato in Italia. Ieri abbiamo sfiorato la finale mondiale: la città era tutta orange e cresceva di ora in ora il delirio collettivo. Per fortuna, visto l’esito, alla sera eravamo già a casa.

Museo Van Gogh, centro storico, Anna Frank House, Red district, canali, biciclette, barche, birra…

A breve un racconto più dettagliato e le fotografie.

Birra!

 

Per ogni viaggio, per ogni paese visitato, ci siamo gustati una o più birre locali. Che vi consigliamo assolutamente. E che qui di seguito ricordiamo.

Alcune più buone, alcune meno, altre assolutamente indimenticabili come la mitica Vailima di Samoa.

La particolarità della birra è che, pur essendo una bevanda universale, ancora non si è fatta mangiare dall’omologazione delle multinazionali e, ancora oggi, paese che vai…birra che trovi!

Enjoy!

Bintang - Indonesia

Bintang - Indonesia

Pacena - Bolivia

Pacena - Bolivia

Arequipena - Peru

Arequipena - Peru

Cusquena - Peru

Cusquena - Peru

FijiBitter - Fiji

FijiBitter - Fiji

Vailima - Samoa

Vailima - Samoa

guinness - Irlanda

Guinness - Irlanda

Kilimanjaro - Tanzania

Kilimanjaro - Tanzania

Safari - Tanzania

Safari - Tanzania

Serengeti - Tanzania

Serengeti - Tanzania

Gallo - Guatemala

Gallo - Guatemala

Belikin - Belize

Belikin - Belize

Pilsener - El Salvador

Pilsener - El Salvador

Tona - Nicaragua

Tona - Nicaragua

imperial - Costarica

Imperial - Costarica

Balboa - Panama

Balboa - Panama

Halida - Vietnam

Halida - Vietnam

Hanoi - Vietnam

Hanoi - Vietnam

Champion - Scozia

Casablanca - Marocco

Thb - Madagascar

Una Strana Partita di Pallone

 

Una strana partita di pallone

Gili Air, Gili Travangan, Gili Meno

Gili MenoCome in un gioco di scatole cinesi: le isole Gili sono tre piccole isole, al largo di un’isola: l’isola di Lombok, che a sua volta è una delle migliaia di isole dell’arcipelago indonesiano.

Ma forse tutto il mondo è un’isola, per cui passiamo oltre.

A bordo di una piccola barca si può lasciare Lombok e regalarsi alcuni giorni di pace asoluta sulla più piccola delle tre Gili, che appunto si chiama Gili Meno.

Per un poco di tempo si deve infatti fare a meno della luce elettrica, dell’acqua dolce, delle scarpe, delle auto…ma Gili Meno è un piccolo paradiso in miniatura e quello che toglie lo restituisce in modo nuovo.

Il guardiano della luce

Si può fare base in una casetta di legno proprio in riva al mare, a pochi metri dalla spiaggia e camminando sulla sabbia salire tre soli gradini per ritrovarsi sul portico dove trovare un piccolo tavolo e due belle sedie. Dentro ti aspetta una semplice stanza con solo un lettone gigante e un bagno dal quale sgorga acqua salata. Dopo una giornata molle e senza meta ci si ritira sul portico, con un bel libro, e si ascolta il silenzio rotto dalle onde stanche.

Quando scende il buio arriva silenzioso il guardiano della luce che appoggia sui gradini la lampada a petrolio per la notte. Arriva, appoggia, se ne va: in silenzio, senza una parola. A volte neppure ti accorgi del suo passaggio.

Alzi gli occhi dalla pagina e la tua piccola luce è lì, come il regalo prezioso di un angelo timido.

Ristorante albino

A Gili Meno si è sempre in riva al mare. Quasi sempre. L’ isola è talmente piccola che si può percorrere il suo perimetro in meno di due ore. E proprio dalla riva del mare, accecati da troppe ore di sole, percorriamo dieci metri con fatica e ci accasciamo all’ombra di una tettoia di paglia, il piccolo ristorante “albino”. Una birra, due galline sotto il tavolo, un gatto bollito dal caldo sotto ad una palma.

Cosa puoi fare d’altro se non scambiare un po’ di vita con il ragazzo che gestisce il bivacco? E’ un giovane indonesiano albino, capelli e sopracciglia bianche, che ha appeso ai pali che reggono la tettoia fotografie e cartoline del Nepal e sogna le montagne, sperando di poterle raggiungere un giorno. Ma per ora si limita a sognare e passa il tempo a pescare e dormire e servire birra calda ai viandanti.

Ti volti un attimo, poi ti rivolti, ed ecco che il gatto è sparito. Sono le sei, il sole tramonta all’equatore.

Later…later…

Gili Meno .venditore di ananasSeduti in veranda, sulla riva del mare, a zonzo per i sentieri sabbiosi del minuscolo entroterra, immersi nell’acqua di cristallo, sotto la doccia salata, nel dormiveglia di un torrido primo pomeriggio: i momenti si susseguono come immobili. Unico filo conduttore sono i bambini che vendono gli ananas dolci e succosi appena raccolti. Dopo il terzo che mangi cominci a rifiutare e loro lo sanno, ma non smettono di tentare. Oramai si rispondono da soli: “Pineapple! Pineapple! … Later, later…” e ridono.

Ma se la voglia ti prende ecco un giovane folletto che con abilità e munito di un piccolo machete trasforma un ananas in un grosso gelato da impugnare per il “picciolo” sfrondato e addentare con voluttà. A questo punto il resto del mondo può attendere: …later…later…

Il punto G del massaggio

A Gili Meno può capitare di restare sdraiati e intontiti sulla spiaggia fino alle cinque del pomeriggio, un’ora esatta prima del tramonto, e non capire che cosa è successo: sei già morto e stai sperimentando Dio? Hai vinto alla lotteria e non lo sapevi? Stai vivendo il tuo ultimo desiderio prima della fucilazione? Hai acquistato una droga eccellente? Che importa, goditi il paradiso…

Poi dall’orizzonte vedi avvicinarsi, lente e solenni, due ombre imponenti: Godzilla e sua cugina. Ti offrono un massaggio e tu, ubriaco di calore, ignaro, accetti. Sdraiato sulla sabbia, ti affidi alle loro mani sapienti sperando di toccare il nirvana.

Ma quando ti accorgi che forti mani nodose ti stanno scorticando vivo, abraso dall’olio mescolato ai granelli di sabbia, e senti il rumore inquietante di ossa spezzate, le tue, coperto solo da chiacchiere e risate delle due matrone indonesiane che ti stanno torturando, oramai è troppo tardi, veramente troppo tardi!

Danzando con il pallone

Ecco una cosa incredibile da vedere, unica davvero.

Se qualcuno non ci crede allora prenda un aereo, attraversi mezzo mondo, si faccia ore di bus, di barchette, di chilometri a piedi con lo zaino in spalla, si faccia mangiare vivo dalle zanzare e almeno due giorni di sciolta sul gabinetto e poi parli. Perché se è pronto a tanto allora potrà godersi lo spettacolo della più surreale partita di pallone mai vista a memoria d’uomo.

Il campo: una spiaggia, naturalmente sabbiosa, in forte pendenza e con inevitabile spostamento del gioco verso le onde.

I giocatori: due gruppi di uomini di numero imprecisato, scalzi, con divisa-pareo di vari e sgargianti colori.

Le regole: un impianto stereo en plain air, un pallone da contendersi, ad ogni fallo un arbitro che fischia e fa partire la musica, ferma il gioco e costringe tutti a ballare fino al nuovo fischio, e via di nuovo a correre…naturalmente verso il mare, dove scivola inesorabilmente la palla.

E la moviola? Beh, a che serve? Qui il tempo scorre lento, a ritmo ma lento.

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5 Uomini in Barca

 

5 uomini in barca

5 uomini in barcaQuesta prima storia racconta di cinque uomini e una ciurma che per qualche giorno navigano su acque oceaniche tra isole incontaminate, animali preistorici e cieli stellati. Lontani dal mondo conosciuto, in balia dei flutti e della sorte lo “zio”, la “ragazza”, il “mercante”, la “vecchia” e “don Diego de la Vega”, guidati da marinai indonesiani lasciano le coste dell’isola di Flores alla volta di Lombok, passando per Rinca e Komodo e costeggiando Sumbawa. Ma come si sono incontrati ?

L’incontro

Al tramonto di qualche giorno precedente la nostra avventura nel piccolo porto di Labuanbajo – Flores, approdano sfiniti da dodici ore di traversata su una canoa lo zio e la ragazza. Dopo siffatta impresa il sogno di un giaciglio notturno si rivela purtroppo un miraggio. Che fare ? I due camminano sconsolati lungo la strada centrale quando incrociano tre uomini del loro medesimo idioma. La solidarietà tra conterranei assicura un letto e davanti ad alcune birre nasce il progetto dell’impresa nautica. Il gruppo sarà in tal modo formato: lo zio, così nominato dagli altri sul campo per la sua autorità anagrafica, il mercante, imbattibile in qualsivoglia trattativa, la vecchia, spilungone secco secco dai lunghi capelli, Don Diego de la Vega per la sua singolare somiglianza con Zorro, con tanto di baffetto nero e infine la ragazza, unica donna del gruppo. Non resta che incontrare la ciurma per l’inevitabile trattativa.

La trattativa

Appuntamento per cena con la possibile compagnia di navigazione in una locanda arroccata sulle colline della baia. Si presentano il capitano, il mozzo e due signore non meglio precisate come dessert. Davanti ai primi boccali di birra e al decolté del dessert il mercante, sul quale tutti puntavano per portare a casa un buon prezzo, perde il senno e si lancia in un corteggiamento improbabile. Non si avvede che è questione di dollari. Lo zio, la vecchia e Don Diego prendono in mano la situazione, lasciano il mercante alla deriva di se stesso e cominciano a contrattare. La ragazza fa tappezzeria, seduta accanto al mozzo che rutta come un dinosauro mentre le parla ma si nasconde sotto il tavolo per soffiarsi il naso chiedendo scusa tutte le volte. Paese che vai, usanza che trovi. La vecchia, seduto di fronte, assiste alla scena, cercando cavallerescamente di distrarre il mozzo nella speranza di direzionare altrove l’emissione di gas. Appeso al soffitto un geco grosso come un gatto incombe sulla tavolata. Si spera nella tenuta delle ventose. Verso notte inoltrata il tasso alcoolico ha superato i limiti di guardia, il dessert ha cambiato tavolo su ordine del capitano in cerca di avventori meno romantici . Il gruppo arriva all’accordo. Partenza domattina. Appuntamento al porto.

La partenza

Al mattino i nostri cinque intrepidi si presentano compatti, bagagli alla mano, sulla banchina del piccolo porto di Labuanbajo per la prima ispezione dell’imbarcazione. Pare sufficiente per stazza e condizioni generali. Ruggine a parte. La ciurma provvederà al vitto oltre che al trasporto. Bevande escluse. Bevande escluse ? Gravissimo ! Lo zio e la vecchia partono immediatamente alla ricerca di una cassa di birra, necessaria alla sopravvivenza del gruppo. Si incamminano verso il paese e tornano vincitori dopo circa un’ora trascorsa tra trattative di acquisto, manco a dirlo, e trasporto della preziosa e pesante cassa. Ultimi controlli e si salpa, la costa si allontana. La barca punta al largo, verso l’Oceano aperto. Interiormente tutti si fanno il segno della croce. Esteriormente tutti stappano la prima bottiglia.

La traversata

Il velieroL’impatto con le prime onde del mare aperto lascia tutti un po’ perplessi. Sarà così per tutti e cinque i giorni ? Si risponderanno più tardi. Nel frattempo rotolando da poppa a prua osservano il panorama, respirano l’aria fresca e umida del mare aperto, seguono con lo sguardo le traiettorie degli uccelli, prendono in faccia secchiate di acqua marina. Il primo pasto preparato dal cuoco di bordo mette tutti di ottimo umore: riso, pesce, verdure speziate. Si mangia seduti a terra sul ponte, tra chiacchiere in varie lingue, compresa quella dei segni.

Durante il tragitto la barca incrocia spesso piccole isole disabitate, veri e propri atolli persi nel blu, circondati dalla barriera corallina e popolati solo da granchi. Non è possibile attraccare: il capitano getta l’ancora al largo e per raggiungere le isole non resta che farsela a nuoto. Uno dopo l’altro lo zio, la vecchia, il mercante, Don Diego e la ragazza si tuffano nelle fredde acque mosse per raggiungere spiagge rosa di corallo tempestate di conchiglie che paiono gioielli, per riposare all’ombra di tre palme cresciute lì chissà come, per galleggiare a pelo d’acqua sopra castelli sottomarini di alghe e rocce e pesci e coralli di tutti i colori. Distante, al largo, la casa-barca ancorata beccheggia mollemente sulle onde in loro attesa. Quando giunge il momento di salpare il capitano chiama all’ordine con un fischietto da arbitro, che naturalmente fa scattare nel gruppo l’italico animo calcistico: GOOOAAAALLLL! rispondono inesorabilmente in coro prima di tuffarsi in acqua e raggiungere il vascello nuotando nelle pose più strane: chi perché tenta di portare a bordo una conchiglia da venti chili, chi per salvare la macchina fotografica, chi per salvare la schiena bruciata dal troppo sole equatoriale.

In una delle svariate discese si tenta un diversivo: raggiungere la riva in canoa. Viene calata in acqua dalla ciurma una piccola barca scavata nel tronco di una palma. Tentano l’impresa Don Diego e il mercante. Il primo si introduce nello stretto abitacolo senza danni. Il secondo, troppo veemente, imbarca un poco d’acqua. I due sono ora seduti uno di fronte all’altro, in attesa di staccarsi dalla chiglia della nave madre. L’illusione di salpare dura poco. Il peso sostenibile dal fuscello è stato superato. La canoa lentamente e inesorabilmente affonda. Centimetro dopo centimetro. I due assistono muti al loro naufragio. Sul ponte della nave madre il capitano e la ciurma scoppiano in un fragoroso applauso.

La tappa principe della traversata prevede l’esplorazione delle mitiche isole preistoriche di Rinca e Komodo, popolate dai varani. L’imbarcazione le raggiunge la mattina del terzo giorno di navigazione, quando oramai la cassa di birra è stata svuotata dallla sera precedente. Il trekking sulla terraferma dura tutta la giornata. Svizzeri, tedeschi, americani lo affrontano in perfetta tenuta da esploratore: scarponcino allacciato antisdrucciolo infilato su calzettone tattico, pantalone lungo, cappello, macchina fotografica con treppiede, crema fattore protezione 60. Il nostro gruppo non è da vedere: sbarca in infradito, pareo fiorato e occhiali da sole tra la perplessità degli astanti. I varani comunque li vedono pure loro: con grande soddisfazione riescono ad incrociarne alcuni tra il fitto della vegetazione, enormi e impressionanti lucertoloni carnivori dall’ingannevole aspetto sonnacchioso. Si spera non si accorgano delle ciabatte da mare che renderebbero la fuga imprecisa e probabilmente inutile. La notte seguente il gruppo e la ciurma la trascorrono attraccati al largo delle isole, in una baia tranquilla e silenziosa., sotto una volta di stelle indescrivibili. Questa sarà ricordata come la notte del mercante. Una piccola barca affianca silenziosa il vascello e in un attimo salgono a bordo piccoli indonesiani agguerriti che srotolano sul ponte stuoie contenenti ogni genere di mercanzia: collane, bracciali, maschere tribali, lance, scodelle, animali intagliati nel legno, stoffe…. E’ un attimo: il mercante scrocchia le dita, si siede nella posizione del loto, scambia uno sguardo con i compagni e prende possesso della situazione. I poveri indonesiani non sanno che cosa li aspetta: Don Diego individua una maschera e lo zio e la ragazza un varano in legno lungo almeno cinquanta centimetri. Parte la trattativa. Dopo due ore, il mercante e l’unico indonesiano sopravvissuto al match sono alle fasi finali. Tutto intorno gli altri osservano muti tra fiumi di pessimo liquore locale, probabilmente un distillato dal tubo di scappamento di un camion,e kretek, profumate sigarette ai chiodi di garofanno. Le stelle osservano mute. All’alba del giorno seguente il varano e la maschera troneggiano a prua.

Il porto di Lombok si avvicina: un gorno e una notte di mare aperto al largo di Sumbawa separano il gruppo dalla meta. Pare semplice, non fosse che per tutto il tempo restante il mare decide di divenire protagonista. Onde di molti metri sballottano la barca e il suo equipaggio a destra e a manca. Con la luce del giorno sembra divertente, ma nel buio della notte l’ansia prende il sopravvento. Restare ancorati al pavimento del ponte richiede uno sforzo non indifferente e i nostri cinque, avvolti nelle loro coperte intrise di salsedine paiono vecchi tappeti arrotolati, ognuno nel suo angolo, poi tutti in mucchio, poi alcuni a poppa altri a prua, poi di nuovo tutti in mucchio e così via. All’alba sui loro volti la notte appena trascorsa ha lasciato segni profondi.

L’approdo

La traversta dei nostri cinque finisce senza infamia e senza lode sulle coste dell’isola di Lombok in un non meglio imprecisato piccolo porto. Lo zio, la ragazza, il mercante, la vecchia e Don Diego, con i capelli scolpiti dalla salsedine, si congedano dalla ciurma e tentano di riappropriarsi della stabilità sulla terraferma. Barcollando raggiungono un bus che saltellando qua e là sulla strada di terra battuta li porterà verso le foreste lussureggianti dell’interno, popolate da migliaia di scimmie. Ma questa è un’altra storia.

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