Samoa 2003 – il diario

 

Samoa – L’ultima dimora di Stevenson

Apia

Arriviamo a Samoa a notte fonda. L’aereoporto di Apia è già tutto uno spettacolo: sono le due del mattino ma dopo il controllo passaporti ci aspetta comunque un trio di cantori e suonatori in pareo e collane di fiori. Certo, molto turistico a sentirlo raccontare, ma vederlo con i propri occhi è un’altra cosa!

Samoa - Apia

Samoa - Apia

Usciamo alla ricerca di un taxi: l’aria è calda e umida, molto diversa rispetto alle Fiji. Dopo un’ora di viaggio (l’aereoporto è decisamente fuori città) peniamo un po’ a trovare un letto per ciò che resta della notte. Ci accontentiamo di una specie di motel gestione familiare, molto ma molto basic. E sia! Ci svegliamo in terra samoana il sei settembre: ma non eravamo partiti ieri che era il sei?

Comunque oggi replichiamo. Misteri del meridiano. Facciamo una lunga camminata dal motel fino al centro di Apia che si distende lungo il mare: la baia è bellissima, incorniciata da immensi alberi frondosi (scopriremo poi che sono benjamin, quelle piante che da noi crescono di tre centimetri ogni due anni nei vasi).

Samoa - Apia

Samoa - Apia

Per le strade passano bus colorati e colmi fino all’inverosimile e considerando che l’altezza media della popolazione è di circa due metri (comprese le donne) lasciamo immaginare il risultato. Alla sera ceniamo all’On the Rocks, un bar un po’ losco ma curioso: le pareti sono completamente ricoperte di scritte lasciate tutti i viaggiatori in transito (ci troviamo anche quella di Adriatica, i “Turisti per caso”).

Assaggiamo finalmente la mitica birra Vailima, una delle più buone al mondo (ha vinto più di un premo internazionale). E’ veramente molto buona, forse troppo. Inauguro nella notte il cesso del motel, battezzando Samoa con la mia prima sbronza.

Fa’afafine

Dedichiamo mezza giornata alla vistita di Apia e dintorni: con un taxi ci facciamo portare alle cascate di Papapapai-tai (eehh?), un salto di cento metri di altezza, e a visitare il Baha’i Temple, una delle sette chiese al mondo di questa strana religione nata in Persia nel 1884 che non ha preti e contempla e riconosce l’unità e la verità di tutte le altre religioni.

Nel pomeriggio ci piazziamo nel piccolo aereoporto di Fagal’i e aspettiamo la partenza per l’isola di Savai. In coda con noi un immenso travestito samoano (qui si chiamano fa’afafine) in gonna e tacchi alti calzati su un 45 di piede. Come sempre passiamo la pesa bagagli e quella personale e ci imbarchiamo sul modellino di un aereo: noi due e una signora samoana baleniforme che occupa due sedili.

Samoa - Bahai temple

Samoa - Bahai temple

L’atterraggio è eterno: arrivati sopra la pista, momentaneamente occupata, incominciamo a girare in tondo a quota bassissima per una, due, tre, quattro, cinque….aaahhhhh……finalmente tocchiamo terra. Ora non ci resta che trovare un posto per la notte.

Arriviamo con un taxi ad Anganoa Beach, una piccola baia raggiungibile dopo chilometri di sentieri sterrati e foresta. Non più di sei fale (capanne senza pareti) in riva all’oceano, docce e zona pranzo comune. Scegliamo una fala. E’ già quasi buio, piazziamo i nostri zaini e contempliamo le onde. Sono alte e potenti, tanto da non riuscire a entrare in acqua.

Samoa - cascate di Papapapai-tai

Samoa - cascate di Papapapai-tai

In effetti gli altri occupanti sono tutti surfisti: abbiamo sbagliato posto? Pazienza, tanto è solo per una notte. All’ora di cena ci troviamo circondati da cinque cretini bruciati dal sole che parlano solo di tavole e onde e ci guardano con sospetto. Ma andate a farvi fottere. Alle otto di sera sono già tutti a dormire, per fortuna. Noi ci intratteniamo con due ragazzi samoani che lavorano qui: uno di loro ha una chitarra e dice di saperla suonare.

La chitarra ha quattro corde su sei e una è in realtà un filo da pesca ma ci prova lo stesso. Risultato scarso. Anche un geco, disgustato, perde la presa e ci piomba in testa. Promettiamo al nostro amico samoano di spedire dall’Italia corde nuove e ci ritiriamo nei nostri appartamenti.

Il cocco volante

All’alba decidiamo di salutare la baia dei surfisti, approfittiamo di un passaggio e ci facciamo portare in “città”, a Salelologa. Affittiamo una macchina perché qui a Savai è l’unico modo per poter girare l’isola in pochi giorni. Partiamo lungo la costa sud: il tragitto prevede molte tappe. Prima tappa le cascate di Olemoe.

Samoa - foresta di palme

Samoa - foresta di palme

Arrivati nei pressi lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi. Attraversiamo una radura paradisiaca nella quale pascolano cavalli selvaggi e arriviamo all’eden: una piccola cascata che forma una pozza d’acqua circondata da un’inestricabile vegetazione. Splendido. Unico particolare: la pozza è laggiù, come ci si arriva?

Ci si cala da una parete praticamente verticale: l’ultimo tratto lo si supera con una scala di tronchi appesa alla parete. Qella pozza sarà nostra comunque! Ci caliamo, non senza un certo tremore di gambe. Dopo un bagno ristoratore…bisogna risalire. Meritava comunque.

Dopo esserci fermiamati su una splendida e deserta spiaggia di sabbia nera, proseguiamo lungo la costa: prossima tappa Alofaaga Blowholes, una zona di geyser marini. Lo spettacolo è molto particolare: l’oceano si infrange su una scogliera a picco sul mare e l’acqua, dopo essersi infilata in cunicoli naturali, viene sparata in alto esattamente come un geyser. I samoani si divertono a piazzare sulle bocche di uscita delle noci di cocco che vengono lanciate in cielo come proiettili.

Samoa - Alofaaga Blowhole

Samoa - Alofaaga Blowhole

Ci divertiamo un po’ con questo luna park naturale e proseguiamo verso la penisola di Falealupo. Prossima tappa il Canopi Walk, un parco di alberi secolari: arrivati all’ingresso ci scoraggiamo alla visita da sei mafiosi locali decisamente poco cordiali che ci inducono a rinunciare. Per strada la macchina ci lascia a piedi un paio di volte e ci tocca pure spingere. C’era da aspettarselo.

Percorriamo tutta la penisola di Falealupo fino a Cape Mulinuu, una zona disabitata dove incontriamo solo sabbia, spiagge, chiese diroccate sul mare e nessuna anima viva. Ci fermiamo ad osservare il mare dall’alto di una scogliera (Lovers Leap) in un punto dove la leggenda racconta di una donna suicidatasi insieme al figlio e successivamente trasformata lei in tartaruga e il bambino in squalo.

Samoa - in macchina lungo la costa

Samoa - in macchina lungo la costa

Ci fermiamo solo sul ciglio della strada senza arrivare al belvedere, ma una signora ci insegue comunque per farsi pagare l’occhiata. Va bene lo stesso. Per la notte è meglio proseguire fino a Vaisala: qui troviamo un albergo (superfluo dire sul mare).

Cerchiamo di goderci il tramonto dalla terrazza della stanza ma veniamo mitragliati da migliaia di zanzare polinesiane. Battiamo in ritirata e ceniamo tra musica samoana e gatti mendicanti che cercano di ipnotizzarci per far cadere qualcosa dal tavolo. Ci riescono.

Sava’i

Lasciamo Vaisala e continuiamo il nostro tour lungo le coste di Savai. Arriviamo nei pressi di Manase e decidiamo di fare tappa in riva al mare. Scegliamo la nostra fala e decidiamo di dedicare il pomeriggio all’ascesa al cratere vulcanico del monte Matavanu. Ci inoltriamo con l’auto attraversando piantagioni in mezzo alla foresta.

La vegetazione che ci circonda è un intreccio fittissimo di verde smeraldo. Ci sono piante con foglie di dimensioni inimmaginabili. Qua e là spuntano mucche che ruminano impassibili nella giungla. Abbiamo abusato del cava ? La strada diventa un sentiero sterrato e pietroso e comincia a salire.

Samoa - verso il monte Matavanu

Samoa - verso il monte Matavanu

Cominciamo a notare strani cartelli colorati sparsi qua e là con scritte in varie lingue (?). Arrivati in cima una sorpresa: una baracca blu, un uomo che dipinge tavolette di legno, una radiolina accesa: The Craterman, così si presenta.

Autonominatosi uomo del cratere, sale ogni giorno quassù con due ore di cammino, accompagna la gente a visitare la bocca del cratere, si impegna a costruire una targa per ogni visitatore. Parla e scrive un inglese mezzo inventato. Scrive targhe con i titoli delle canzoni che più gli piacciono e le appende sugli alberi in mezzo alla foresta. Si sente un privilegiato, ci dice, perché restando sul “suo” cratere può conoscere persone che vengono da tutto il mondo.

Samoa - The Craterman - monte Matavanu

Samoa - The Craterman - monte Matavanu

Un uomo unico, solitario e curioso, a metà tra il filosofo e il folle, almeno ai nostri occhi. Un visionario che ci lascia a bocca aperta per il suo candore e la sua serenità. Unica nota dolente di questo bellissimo giro è che piove a dirotto e ci inzuppiamo come due spugne. Torniamo verso il mare dove il sole ci può asciugare. Davanti ad una birra Vailima facciamo conoscenza con le nostre vicine di fala Chloe e Kim, due amiche neozelandesi molto simpatiche con le quali ancora oggi ci scriviamo.

La mattina seguente ci trasferiamo al Regina Beach Fale, solo dieci metri a est, atmosfera più familiare, prezzo inferiore, stessa spiaggia bianca, stesso mare cristallino, medesimo tramonto in cinemascope. Prendiamo la macchina e facciamo qualche chilometro per raggiungere una piccola laguna dove è possibile nuotere insieme alle dolcissime tartarughe marine.

Samoa - laguna delle tartarughe

Samoa - laguna delle tartarughe

Ci immergiamo insieme a loro, accarezziamo lievemente le corazze, mosaici naturali di una bellezza irripetibile, torniamo alle nostre capanne e ci lasciamo galleggiare in questo tempo molle e silenzioso per tutta la giornata, tra sonnecchiamenti all’ombra delle palme e immersioni nel mondo sottomarino in prossimità della barriera corallina.

Alla sera, durante la cena, la famiglia che gestisce il Regina ci offre uno spettacolo di canti, danze e teatro: un po’ improvvisato e oratoriale, ma molto divertente. Naturalmete finiamo tutti in pista ad ancheggiare tragicamente accompagnati da musiche polinesiane suonate da samoani ubriachi. Come noi.

Milioni di stelle

Oggi si riparte: dobbiamo tornare a Salelologa per restituire l’auto e prendere il traghetto che ci riporterà dall’isola di Savai a quella di Upolu. Diamo un passaggio a Kim e Chloe che devono prendere la stessa nave. Ci pigiamo come possiamo nella nostra micro macchina e raggiungiamo il porto. Prendiamo al volo il traghetto e dopo una traversata di poche ore siamo ad Upolu.

Samoa - isola di Manono

Samoa - isola di Manono

Ci congediamo dalle amiche neozelandesi e puntiamo dritti verso l’isola di Manono: abbiamo deciso di passare due giorni ancora più lontani dal mondo civilizzato, in questa piccola isola senza auto né strade. L’isola di Manono, insieme a quella di Apolima, è a metà mare tra le due grandi isole di Savai e Upolu, che compongono l’arcipelago dello stato indipendente di Samoa. Precisazione dovuta, dato che esite anche American Samoa, poco distante. American Samoa ?!? Sorvoliamo (tanto oramai siamo esperti di volo estremo!).

Approdiamo a Manono traghettati da una piccola barca e troviamo alloggio nell’unico posto per turisti dell’isola. Le capanne sono costruite sul mare, tipo palafitte, con una scala di legno che scende direttamente in acqua. E che acqua! Alla sera ci sediamo sul nostro balconcino fronte oceano e seguiamo il sorgere di una luna piena magica. Nessuna luce artificiale, solo il nero della notte, qualche lampo laggiù, lontano, in mare aperto, la luna e le stelle. Molte stelle. Un numero infinito di stelle.

Samoa - isola di Manono

Samoa - isola di Manono

Dopo un risveglio lento e una colazione abbondante decidiamo di fare a piedi il giro dell’isola. Fa già un caldo insostenibile ma bisogna vestirsi con decenza: coprire le spalle, coprire le gambe. Qui il XX secolo ancora langue e il rispetto per le tradizioni altrui è dovuto. Ci incamminiamo lungo un piccolo sentiero che segue tutto il perimetro di Manono. Passiamo attraverso piccoli villaggi, accmpagnati da due bambini muniti di carriola che distribuiscono agli spacci dei villaggi i dolci da vendere.

Dopo mezz’ora di cammino veniamo intercettati da una ragazzina che ci invita in casa: impossibile non accettare. Come entriamo (si fa per dire, visto che le case non hanno pareti) veniamo accolti dalle donne della famiglia: la “mater familia”, stazza consistente e cordialità sincera, e uno stuolo di ragazze e ragazzine (figlie, cugine, cognate e parentela varia). Mi piazzano in braccio il più piccolo in segno di fiducia e chiacchieriamo per quasi un’ora. La mater, ridanciana e caciarona, ci insegna una canzone samoana e non ci lascia andare finchè non le dimostriamo di poterla cantare tutta di un fiato.

Samoa - isola di Manono - visitando i villaggi

Samoa - isola di Manono - visitando i villaggi

Ci congediamo tra baci e abbracci e continuiamo il cammino. Dopo qualche ora, tra improvvise piogge torrenziali e sole bruciante, torniamo discretamente sfatti al nostro campo base. Il resto è relax, puro e semplice relax. Contemplazione dell’orizzonte silenzioso e della natura padrona del mondo. In questa parte del mondo, per lo meno.

Hidden Garden

Insieme a due dentiste tedesche (?!?) lasciamo Manono e traghettiamo per Upolu, nuovamente alla volta di Apia. Arrivati sulla terraferma prendiamo un taxi collettivo che aspettiamo per quasi un’ora al porto. Nel tragitto verso la città il taxi si scassa molteplici volte. Una tappa da un meccanico improvvisato ci concede ancora qualche chilometro ma a metà strada muore definitivamente: tutti giù, cambio macchina.

Lasciamo il nostro povero taxista sul ciglio di una strada infuocata, scalzo (come tutti d’altronde), a fissare il cofano aperto con aria interrogativa e rassegnata. Eccoci nuovamente ad Apia: questa volta decidiamo di alloggiare all’Hidden Garden, un luogo per backpakers immerso in un giardino fiorito, con capanne nascoste tra ginger rossi, alberi di mango, papaie e frutti della passione. L’ Hidden Garden è gestito da una coppia molto naif, Eti e Mae, che hanno fatto di questo posto una casa comune.

Samoa - Apia - Hidden Garden

Samoa - Apia - Hidden Garden

Curano il giardino con amore e attenzione, servono colazioni fantastiche su grosse foglie di banano; all’ Hidden Garden puoi fare la doccia all’aperto in mezzo a un trionfo di fiori, passare la serata a parlare del mondo bevendo il solito cava e dormire in mezzo ad una foresta con il tetto della capanna bombardato dai manghi maturi che precipitano come missili al suolo. Basta abituarcisi. Mae ed Eti hanno accolto nel loro giardino un numero incalcolabile di cani randagi, un vero problema per la città. Meglio non avventurarsi a piedi per le strade di Apia come scende la sera. I branchi di cani inselvatichiti sono un pericolo reale.

Quelli dell’Hidden Garden sono un po’ più civili, ma solo un po’. Tant’è che il tavolo per la colazione degli ospiti è chiuso in un recinto, per tenerli distanti: uomini in gabbia circondati da pulciosissimi accattoni. In mezzo al gruppo c’è una cuccioletta molto carina che conquista il nostro cuore. Purtroppo anche la nostra capanna. Come scende la notte si infila furtiva e si piazza a dormire con noi. Ad altezza naso, visto che qui si dorme per terra.

Samoa - Apia - Hidden Garden

Samoa - Apia - Hidden Garden

Ogni tanto cerchiamo di estrometterla ma torna indietro come un boomerang. E va bene, Paperina conquista il rifugio. Onore alla perseveranza.Oggi è domenica e a Samoa la domenica è veramente sacra, nel senso che è impossibile trovare qualsivoglia negozio aperto. Neppure i bar e i ristoranti per turisti. Per dare un senso alla giornata ci facciamo una lunga camminata fino al Parco Marino appena fuori città (paese, meglio). Qui puoi affittare una capanna per il giorno e soprattutto perderti facendo snorkelling tra la meraviglia dei fondali corallini. E questo facciamo.

Il caldo è veramente soffocante, ma tra un sorso di birra, una sigaretta e una nuotata sorpassiamo il pomeriggio. Viva la vita gaudente e fancazzista. Alla sera, dopo una breve puntata al giardino incantato per una doccia, torniamo sul lungomare di Apia e mangiamo nell’unico ristorante aperto: il Sails, una terrazza al primo piano di una vecchia casa affacciata sulla baia. Un vero godimento.

Ritorno a Paradise Beach

Affittiamo nuovamente una macchina, questa volta per una settimana: ci resta ancora tutta l’isola di Upolu da visitare. Tagliamo l’isola in due passando per le montagne dell’interno e scendiamo sulla costa sud. Percorriamo molti chilometri tra foreste rigogliose color verde smeraldo e, costeggiando il mare, arriviamo fino a Return to Paradise Beach.

Samoa - Paradise Beach

Samoa - Paradise Beach

Una strada di sabbia ci porta fino ad una baia deserta: sabbia bianchissima, palme, il mare una piscina naturale. Una cartolina esotica. Ci siamo solo noi: in un attimo siamo in acqua e sguazzando ci guardiamo intorno stupiti da tanta bellezza. Sembra tutto veramente irreale.

La baia si chiama così perché nel 1953 sono state girate qui alcune scene dell’omonimo film con Gary Cooper. In effetti sembra un set hollywoodiano. La differenza è che è reale e la differenza per noi è che ci siamo dentro. Indescrivibile.

Ripartiamo e sempre seguendo la costa ci spingiamo fino nei dintorni di Saleapaga. In questa zona tutto il lungomare è un susseguirsi di gruppi di fale dove alloggiare per la notte.

Samoa - Saleapaga - lungo la costa sud

Samoa - Saleapaga - lungo la costa sud

Molti sono abbandonati o semi-abbandonati. Le capanne sono tutte sulla spiaggia e, attraversata la strada (sulla quale transita un camion ogni due ore al massimo) ci sono toilette e docce comuni. Scegliamo un posto a caso, veramente molto basic, perché oramai si sta facendo buio.

Per cenare dobbiamo riprendere l’auto e cercare un ristoro qualche chilometro più in là. Alle nostre fale questa sera non hanno voglia di far nulla. La notte l’oceano culla il nostro sonno con onde regolari e un lontano rombo di mare minaccioso. Fa’afetai Samoa. Talofa !

Samoa: l’isola del Tesoro

Il giorno successivo ci spostiamo ad un altro gruppo di fale, leggermente più attrezzato, e partiamo per altre esplorazioni. Arriviamo al piccolo villaggio di Sa’anapu per farci portare in canoa tra le mangrovie della grande laguna. Ci fanno fare il giro su due diverse barche e io finisco con una ragazza che una canoa non l’aveva portata mai. Ma proprio mai.

Mentre gli altri fanno tutto il giro io e la mia amica giriamo in tondo per qualche centinaio di metri, incastrandoci più volte tra le radici affioranti. Vorrei aiutare la ragazza visto che, pure non essendo samoana, in canoa io ci so andare, ma temo di offenderla. Per rompere l’imbarazzo cerchiamo di conversare ma, se il mio inglese è scarso, il suo è imbarazzante. Alla terza volta che mi chiede come si chiama “suo” padre decido di indossare un sorriso ebete e abbandonarmi alle giravolte mentre dalla riva tutto il resto del villaggio le urla consigli vari su come condurre.Molto divertente.

Samoa - Sa’anapu

Samoa - Sa’anapu

Riprendiamo l’auto e facciamo una puntata ad Apia (qui le distanze sono irrisorie) per espletare commissioni urgenti (leggi rifornimento contanti e carburante). Piccola nota di colore: in banca gli impiegati sono tutti in giacca e cravatta ma a piedi scalzi.

Facciamo tappa alla casa di Stevenson, che visse qui gli ultimi anni della sua vita. La bellissima dimora coloniale sulle colline di Apia è stata trasformata in un museo che conserva, oltre a mobili e suppellettili originali, le prime copie di romanzi mitici come “L’isola del tesoro” e il fantastico “Dottor Jekyll and Mister Hyde”.

Samoa - la casa di Stevenson

Samoa - la casa di Stevenson

Soddisfatti della giornata guidiamo con calma per goderci il paesaggio fino ad arrivare alla nostra “casa” sul mare.Muniti di macchina gironzolare per l’isola è una pacchia: oggi visitiamo il Parco Nazionale di O Le Pupu-Pu’e, che in samoano significa “dalla costa alla cima delle montagne”. Il parco in effetti copre un’area piuttosto grande, con camminate lungo le spiagge e cascate nascoste tra il fitto della vegetazione all’interno.

Non ci facciamo mancare l’ennesimo tuffo in acqua dolce alle Togitogiga Falls in compagnia di tre ragazzi israeliani decisamente fusi ai quali abbiamo dato un passaggio. Ci spingiamo nell’interno fino al Le Mafa Pass dall’alto del quale si intravede Fagaloa Bay, la grande baia a nord-ovest di Upolu. Da quassù la vista della costa nord è superba: un mare di verde precede la linea blu del mare. Contempliamo e torniamo indietro.

Samoa - Fagaloa Bay

Samoa - Fagaloa Bay

Durante il tragitto ci fermiamo in un villaggio per chiedere informazioni su come raggiungere una piccola isola pochi chilometri al largo. La famiglia di traghettatori è intenta a giocare una partitona di Kirikiti (un criket delirante e senza regola alcuna) e se ne frega di noi. Quando una palla quasi mi colpisce in fronte decidiamo di rinunciare all’isola e di “accontentarci” delle nostra fala vista oceano.

Per la terza volta in tre giorni ci spostiamo di poche centinaia di metri e cambiamo capanna per la notte. Così, per provare. Mah! Saremo normali? Data la fatica provocata dal trasloco decididamo di riposarci e consumare la giornata tipica samoana: sole, mare, sonno, cibo, mare, sonno, sole, cibo, sonno, mare….In un attimo è già domani.

Fagaloa Bay

Il relax totale della giornata di ieri ci fa sentire in colpa. Decidiamo di avventurarci nuovamente verso la costa nord e spingerci fino alla baia di Fagaloa. Detto fatto. La guida parla di una strada che a mezza costa sulla montagna costeggia l’intera baia. Con una macchina 4WD ce la si può fare. Proviamo.

Ad un certo punto la strada sterrata scompare e per proseguire bisogna fermarsi di tanto in tanto ad aprire e chiudere dei cancelli di legno che sbarrano il cammino. Il sentiero scompare tra erba altissima che nasconde buche e sassi. Alla nostra sinistra un precipizio di molte centinaia di metri. Impavidi (e forse incoscienti) proseguiamo.

Samoa - Fagaloa Bay

Samoa - Fagaloa Bay

Alla fine siamo sudati e un po’ tesi, ma sicuramente soddisfatti del nostro piccolo rally polinesiano. Alla sera facciamo amicizia con due vicini di fala, Steve e Denise, inglesi di mezza età che, dopo aver venduto il loro banco al mercato si sono comprati un biglietto aereo per il giro del mondo e viaggeranno per un anno.

Sono due persone veramente simpatiche e speciali. Speriamo un giorno di poterci reincontrare. Ogni tanto ci aggiorniamo via mail sulla loro posizione. All’inizio del 2004 attraversavano l’Australia. Chissà ora dove sono. Naturalmente, aiutati dalla coppia inglese, svuotiamo molteplici bottiglie di birra. Addormentarsi non sarà un problema.

Samoa - verso Apia

Samoa - verso Apia

E’ giunto il momento di rientrare ad Apia per gli ultimi due giorni di viaggio che ci restano. Naturalmente torniamo all’Hidden Garden: oramai siamo di casa e come rinunciare poi alla capanna bombardata dai manghi e alle notti con Paperina? Sistemiamo gli zaini nella capanna, estremamente pesanti per la consistenza assunta dagli indumenti intrisi da un misto di sale, fango sudore e lordura varia e per gli innumerevoli souvenir acquistati o raccattati qua e là.

Alla sera è d’obbligo una Vailima all’On the rocks sul lungomare. Evitiamo la sbronza perché domani abbiamo deciso di fare il trekking al Lago Lanoto’o insieme a due amici dell’Hidden Garden: Rolf (tedesco) e Slobodan (serbo, manco a dirlo).

Gli ultimi fuochi

Come nella più classica delle barzellette: due italiani, un tedesco, un serbo e un samoano si arrampicano su per una montagna….ecco questi siamo noi la domenica mattina. Ha piovuto tutta la notte e Afa, la nostra guida locale, è un po’ scettica sul trekking. Noi insistiamo. Ci procura un paio di stivali di gomma a testa che non ci fanno ben sperare e partiamo verso le pendici del cratere con la nostra auto.

Samoa - Afa, guida del trekking sul vulcano

Samoa - Afa, guida del trekking sul vulcano

Nel nulla di una strada persa tra i campi buchiamo una gomma. Meno male, era troppo strano che questa macchina ancora non ci avesse dato problem. Avremmo infranto una legge della natura. Il cambio gomma è complicato, anche perché la ruota di scorta non è propriamente quella adatta. In qualche modo ce la facciamo e arriviamo al punto dal quale bisogna proseguire a piedi.

Per il primo tratto tutto bene, ci sembra una passeggiata, ma dopo mezz’ora cominciamo a salire. Il sentiero si inerpica in mezzo ad una vegetazione fitta, in alcuni tratti è quasi verticale e il fondo è un fiume di fango rosso scivoloso e intrappolante. Dopo il primo tratto io mi sento decisamente male anche perché il caldo è torrido e l’umidità al 200 %. Mi ripiglio come posso e continuiamo l’ascesa.

Dopo più di un’ora di cammino arriviamo in cima e da qui dobbiamo scendere per qualche centinaio di metri (praticamente scivolare col culo causa fango) per arrivare al cratere che oggi è un lago naturale di acqua dolce. Marci e fangosi come siamo la vista dell’acqua ci inebria. Senza la minima esitazione ci mettiamo in mutande e ci tuffiamo: impossibile rinunciare. Chissà se ci capiterà ancora di poter nuotare in un cratere vulcanico.

Samoa - Lago Lanoto’ - cratere vulcanico

Samoa - Lago Lanoto’ - cratere vulcanico

Prendiamo fiato e ci avviamo sul lungo cammino del ritorno: sta per piovere ed è meglio affrettarsi, che è un bel dire quando sgommi sul posto invece che procedere in avanti. Tornati alla capanna ci togliamo la crosta di terra secca e andiamo a consumare la nostra ultima cena da Sails. Candele, Vailima, baia di Apia, scorrano i titoli di coda, please.L’ultimo giorno a Samoa non è dei migliori: ha piovuto per tutta la notte e l’umidità all’interno della capanna ci ha inferto un duro colpo. Sigfrido ha la febbre alta, io sono mezza acciaccata ma stoicamente compiamo le ultime missioni: giro al mercato per acquisto di souvenir mancanti e restituzione auto.

Samoa - ultima cena all'Hidden Garden

Samoa - ultima cena all'Hidden Garden

Restiamo per tutto il resto della giornata sbattuti sull’umido materasso della nostra fala fino alle nove e mezza di sera, quando un bus ci passa a prendere per scaricarci all’aereoporto internazionale fuori città. Il nostro aereo parte all’una di notte: Apia – Los Angeles – Francoforte – Milano. Il ritorno in Italia è confuso nella memoria, una specie di lungo e interminabile volo che dal cielo ci riporta a terra, in tutti i sensi.

Samoa:

Mappa e itinerario Samoa

Immagini Samoa

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