Mappa e itinerario – Indonesia

 

mappa dell'Indonesia

29 luglio 2001 – Torino – Parigi – Singapore – Jakarta – volo Air France

30 luglio 2001 – Java – Jakarta – arrivo alle 3.40 di notte – giro per la città

31 luglio 2001 – da Jakarta a Yogyakarta con il treno

1 agosto 2001 – Yogyakarta – giro per la città – Tempio di Borobudur

2 agosto 2001 – da Yogyakarta al Monte Brono con il bus (12 ore)

3 agosto 2001 – trekking sul vulcano – Monte Bromo – mare di sabbia – MOnte Betok -con il bus a Banyuwangi e Ketapang – a Bali con il traghetto – a Lovina (costa nord) con il bus

4 agosto 2001 – in giro per Lovina con il motorino

5 agosto 2001 – da Lovia a Kuta (costa sud) con il bus

6 agosto 2001 – da Kuta – Denpasar a Maumere, Flores con l’aereo – Merpati Airlines – in giro per Maumere

7 agosto 2001 – da Maumere alla costa sud di Flores e poi verso Moni in macchian – in giro per il villaggio di Moni

8 agosto 2001 – trekking sul vulcano Kelimutu – da Moni a Riung (costa nord di Flores) in macchina

9 agosto 2001 – in giro per Riung – tour Seventeen Islands in barca

10 agosto 2001 – da Riung a Labuanbajo (costa ovest) in barca – 12 ore

11 agosto 2001 – in giro per Labuanbajo

12 agosto 2001 – tour all’isola di Seraya in barca

13 – 16 agosto 2001 – da Labuanbajo, Flores a Lombok in barca – tappe alle isole di Komodo e Rinca per vedere i varani

17 agosto 2001 – arrivo a Labuhan Lombok – verso Bangsal in bus (dalla costa est alla costa ovest di Lombok) – alle Isole Gili in barca

18 – 24 agosto 2001 – relax a Gili Meno

25 agosto 2001 – da Gili Meno a Kuta in barca

26 agosto 2001 – da Kuta a Ubud in bus – in giro per Ubud e ritorno

27 agosto 2001 – da Denpasar a Jakarta in aereo – volo Air France da Jakarta a Parigi

28 agosto 2001 – da Paris a Torino con Air France

Immagini Indonesia

Indonesia – il diario

Altri Viaggi 1988-2000

 

I nostri primi viaggi (anni ’80 e ’90)

Spagna, Messico, Irlanda, Grecia, Nepal, Cile

Spagna

Spagna - Alhambra, Granada

Spagna - Alhambra, Granada

Anno dei viaggi: una dozzina di volte tra il 1979 e il 2000

Come: auto e treno

Alcuni itinerari

1979 tour lungo la costa mediterrranea: Barcellona, Valencia, Alicante, Murcia, Granada, Malaga, Toledo, Madrid e ritorno.

1982 tour atlantico: Barcellona, San Sebastian, Bilbao, Santander, Burgos, Madrid, Toledo, Saragozza, Barcellona e ritorno.

1983 da Torino con un biglietto per Tangeri, Marocco. Persi a Barcellona e Valencia, mai arrivati a destinazione.

1988 Dai Paesi Baschi fino a La Coruna in Galizia

1992,1993,1994….2000 Cadaques e Catalunya.

Note

Chi non è stato in vacanza in Spagna almeno una volta negli anni ’80 scagli la prima pietra.

Per un italiano della nostra generazione la penisola iberica rappresentava la prima occasione “facile” di viaggio all’estero: avventuroso, divertente e soprattutto a basso costo.E così anche noi, da bravi italiani medi, abbiamo alcuni viaggi spagnoli da segnalare sulla mappa.

Sicuramente, al di là del divertimento classico mare – sole – notti insonni, la Spagna offriva, ed offre, uno splendore e una ricchezza di storia, architetture, natura che meritano almeno una vacanza.

Se diventa difficile trovare qualcosa da aggiungere di nuovo nella descrizione della bellezza di città come Barcellona o Madrid, non bisognerebbe rinunciare assolutamente allo splendore di Granada e dell’ Alhambra, la città araba perfettamente conservata posta sulle colline. Un viaggio medievale tra palazzi arabescati, cortili, specchi d’acqua e silenzio.

Per una emozione straniante: da non perdere, verso Madrid, la visita al Monastero de Piedra, un interessante monastero, collocato in una inaspettata isola verde dell’assolato altopiano centrale. Una vera e propria oasi.

E naturalmente Toledo, la bellissima città medievale (conosciuta nel mondo anche per la sua produzione di lame) situata su una piccola collina con il fiume Tago che la circonda su tre lati.E dalle atmosfere mediterranee e infuocate in poche ore di viaggio si può raggiungere la costa nord per respirare l’aria ventosa dell’Oceano, con le sue onde alte e scure, i suoi cieli grigi e i boschi fitti fin sulla riva del mare.

Ma un’altra immagine della Spagna, come di qualsiasi altro paese naturalmente, può essere restituita anche in altro modo: scegliere un luogo, anche piccolo, e tornarci più volte. Come ha fatto Sigfrido con Cadaques.

Cadaques è nota ai più per essere stata per decenni la dimora di Salvador Dalì , il visionario pittore che ha lasciato qui una scia di leggenda e un notevole seguito di artisti o presunti tali, tutti in cerca della giusta ispirazione che il geniale e sornione catalano pareva aver trovato. Tornare e ritornare qui a Cadaques, cenare al Bodegon di casa Anita in compagnia del funambolico proprietario Juanito, visto recentemente in un intervista TV, è stato un piacevole rito ripetuto per varie volte tra il ’92 e il 2000.

Alcuni qui a Cadaques si sono persi, come una coppia di inglesi perennemente ubriachi (attori di una famosa serie TV degli anni ’70), altri si limitano a sedersi al Cafè Maritim davanti alla baia e sorseggiare un Cremat respirando la strana atmosfera a metà tra arte e artificio che questo porticciolo emana.

Messico

Messico - Chichen Itza

Messico - Chichen Itza

Anno del viaggio: 1988

Come: Aereo + mezzi di trasporto locali

Itinerario

Torino – Parigi – New York – Houston – Mexico City – Teotihuacan - Puebla – Cholula – Oaxaca – Zona Archeologica di Monte Alban - Santa Maria del Tule – Teotitlan del Valle – Yagul – Mitla - Juchitan -Arringa / Tuxtla / Chapa de Corzo / Canon del Sumidero - San Cristobal de Las Casas – Cascate di Agua Azul – Cascate di Misol-Ha - Palenque – Campeche – Merida – Uxmal – Chichen-Itza – Yucatan:Cancun - Isla Mujeres – Playa del Carmen – Tulum – Isla Cozumel – Cancun - Mexico City – New York – Milano.

Note

Sono passati oramai molti anni da questo viaggio in Messico e molte cose saranno sicuramente cambiate ma la bellezza, la magia e lo splendore delle piramidi Maya e Azteche, delle coste selvagge dello Yucatan, delle foreste equatoriali che avvolgono i resti di antiche civiltà precolombiane sono e restano immutabili.

Almeno si spera. Il Messico continua ad essere oggi una meta di molti viaggiatori indipendenti e per tutti penso di poter dire: lasciate stare Cancun ma non perdetevi le piramidi di Palenque, nascoste tra foreste di banani, dove è possibile vedere la mitica lapide detta “dell’astronauta” per le sue misteriose incisioni; andate ad ammirare il giaguaro di terracotta con occhi di giada nascosto in una piramide a Chichen Itza; o ancora spingetevi fino alle rovine di Tulum, in riva al mare: e che mare!

Città del Messico era già allora un enorme mostro urbano circondato da chilometri di baracche e con un inquinamento quasi insopportabile. Resta comunque una grande metropoli, da percorrere, come sempre si dovrebbe fare, senza meta, lasciandosi andare al caso e agli incontri fortuiti. Con l’attenzione dovuta, si intende. Imperdibile vicino alla capitale la zona archeologica di Teotihuacan (con le piramidi di Quetzalcoatl, della Luna, e del Sole).

Messico - piramidi precolombiane

Messico - Teotihuacan

Se devo pensare ad un momento particolarmente suggestivo del viaggio ecco che mi si presenta alla memoria l’arrivo a San Cristobal de las Casas: aria gelida, montagne, indios in cammino sul ciglio della strada sterrata, colori forti in cielo grigio.

Indimenticabile per altri motivi un interminabile viaggio su un camion durato un giorno intero in compagnia del mitico Raciel Rueda Flores de Cordoba Veracruz, impegnato più che nella guida nello scolarsi un bottiglione di mescal. Vivi per miracolo ! Il mare dello Yucatan è mare caraibico, per cui non sto a scendere nei particolari. Attenzione però: sul lungomare potete incontrare granchi della dimensione di un cane bassotto e qualche scorpione, ma nulla di più. Per lo meno 16 anni fa…

E per concludere una quasi certezza: finire colpiti dalla maledizione di Montezuma. Una specie di pegno da pagare al Messico. Chi si è salvato tiri la prima pietra, chi ne è stato colpito….ha tutta la mia solidarietà! E sulle note di Mexico e nuvole, la faccia triste dell’America chiudo la porta del ricordo rimandandovi per le info alla nostra pagina omonima. Que viva Mexico !

Irlanda 1991

cieli d'Irlanda

cieli d'Irlanda

Anno del viaggio: 1991

Come: aereo + auto in affitto

Itinerario

Aereo Milano – Dublino – Milano.  Auto : Dublino – Wicklow – Waterford – Cork – Killarney – Tralee – Doolin’ – Aran Islands – Galway – Ballina – Sligo – Donegal – Letterkenny – Derry – Giant’s Causeway – Ballymena – Belfast – Drogheda – Dublino.

Note

Un viaggio di tre settimane in una terra antica e splendida, in un periodo (il 1991) in cui ancora il turismo da queste parti era abbastanza scarso e in alcune contee più remote i Bed & Breakfast costavano cifre irrisorie e la gente ti fermava per strada o nei pub per chiederti notizie dell’Italia (sopratutto del Papa).

Quasi seimila km percorsi alla velocità massima di quaranta all’ora per non perdere neanche un lembo di terra, un’insenatura o una spiaggetta solitaria dalla quale contemplare l’Oceano.

Ricordo i pub pieni di gente di tutte le età, con nonnine a bere Guinness come camionisti, ed i ragazzini fuori ad aspettare di compiere 15 anni per poter entrare (non ancora bere), per quello ci volevano 18 anni. Un paese dove all’epoca non servivano una pinta di birra ad una donna, solo ½. Alla domanda rivolta al barista – come faccio se voglio una pinta? – la risposta laconica: ne ordini ½ pinta adesso ed un’altra ½ più tardi.

E poi scogliere, prati verdissimi che finiscono nell’oceano, pecore e pastori come in un quadro impressionista. Una vita tranquilla, ora. Difficile immaginare l’Irlanda descritta dai libri sulla grande carestia del secolo precedente, secolo in cui un terzo degli Irlandesi morì di stenti ed un altro terzo partì senza nulla in tasca alla volta dell’America, unendosi agli italiani e a tutti quelli in cerca di una vita decente.

Irlanda - Clifs of Moher

Irlanda - Clifs of Moher

L’Irlanda del 1991 già faceva presagire lo sviluppo selvaggio e un po’ squilibrato che sarebbe venuto di lì a poco, dopo che le mulitinazionali europee scoprirono la manodopera a basso costo a due passi da casa senza finire per forza in Pakistan.

Sono tornato ancora nel 1996, ed ho trovato decisamente più gente, ma tutto sommato le zone più remote conservavano un fascino difficile da spiegare… il vento, gli improvvisi acquazzoni, gli squarci di sole inaspettati, i villaggi sonnacchiosi. Ora non ho idea di come sia cambiata: mi dicono che per andare alle Isole Aran si può prendere l’aereo; ai tempi c’era solo un battello in balia delle onde (con le conseguenze sullo stomaco che potete immaginare).

Credo però che questa terra, e tutta questa gente così orgogliosa e fiera, manterrà comunque a lungo quelle meraviglie che ti lasciano senza fiato, come quando al fondo di un immenso prato improvvisamente la terra cede il posto allo strapiombo delle scogliere di Moher come fossero – davvero lo sono? – le colonne d’Ercole.

Immagini – Irlanda

Grecia

Grecia - Delfi

Grecia - Epidauro

Anno del viaggio: 1994

Come: nave – motocicletta

Itinerario

Torino – Verona – Roseto degli Abruzzi – Bari – Igoumenitsa - Giannina – Meteore – Termopili – Itea -Delfi Atene – Capo Sunio - Canale di Corinto – Golfo di Nauplia – Micene – Epidauro – Mani - Porto Kagio -Sparta – Mistrax – Olimpia – Patrasso – Igoumenitsa - Brindisi – Torino.

Note

L’epica di questo viaggio scaturisce dalla particolare commistione della meta e del mezzo: chilometri e chilometri in motocicletta nella terra dei nostri avi. Un viaggio “classico” nella Grecia Classica, dieci anni esatti prima dell’inflazione Olimpiadi di Atene di questo 2004.

L’itinerario seguito ha toccato il più possibile le zone dense di storia antica, suggestive ed evocative a partire dal nome: Delfi, Micene, Atene, Sparta, Olimpia…il mito di fronte a noi, le nostre radici, il passato remoto davanti agli occhi.

Da menzionare su tutto, vivida nel ricordo, la splendida valle di Delfi che si apre allo sguardo come un eden pagano e che conserva una delle zone archeologiche più affascinanti e ricche mai viste.

Atene sapeva allora di grosso paese freneticamente urbanizzato ma l’imponente Partenone che domina la città moderna con indubbia superiorità riscatta qualsiasi stortura. Oggi sicuramente la capitale ha conquistato un nuovo volto, spero comunque conservando i suoi preziosi natali.

Grecia_I_37

Grecia - Capo Sunio

Molto suggestiva Micene con le sue incredibili testimonianze funerarie come le tombe di Agamennone e Clitennestra, nomi evocativi e mitici che solleticano ancestrali memorie scolastiche. Ricordo Epidauro, soprattutto per il suo immenso e splendido teatro che, per l’incredibile acustica, è ancora oggi utilizzato per concerti e prosa. In questo splendido scenario greco mi sono gustata una bellissima rappresentazione de “Gli uccelli” di Aristofane. Suggestivo, anche se non ho capito una sola parola.

Da non perdere lo spettacolo unico delle Meteore, monasteri bizantini arroccati sulla cima di strane e incredibili formazioni rocciose. Uno scenario quasi fantascientifico e surreale, ma di incredibile bellezza. La varietà delle coste, lo splendido mare Egeo, il Canale di Corinto, i tramonti ellenici (come quello spettacolare di Capo Sunio al Tempio di Nettuno) sono solo alcune delle numerose tappe del tragitto. A distanza di anni è difficile ricordarle tutte. Resta una memoria complessiva: Grecia classica e natura che si conciliano armonicamente in uno spettacolo unico che riempie lo sguardo ed il cuore, toccando profondamente l’anima e trasmettendo un vago e misterioso senso di appartenenza a questi luoghi.

Nepal

Nepal

life in Nepal

Anno del viaggio: 1994

Come: Aereo + mezzi locali + trekking

Itinerario

In Aereo Torino : Francoforte – New Delhi – Kathmandu e ritorno. In Pulmann-Camion :Kathamndu – Dumre.  Annapurna trekking: Dumre – Besishahar – Bahundanda – Chamje – Tal – Bagarchap – Chame – Pisang – Manang – Phedi – Thorong La – Muktinath – Jomsom – Kalopani – Tatopani – Shika – Ghorepani – Macchapucchare - Birethanti – Pokhara. In Pullman: Pokhara – Kathmandu.

Note

Fin da bambino avevo sognato di poter vedere da vicino le vette dell’Hymalaya, quando scrutavo gli atlanti cercando di memorizzare quei nomi – Daulaghiri, Macchapucchre, Everest (o Sagarmatha, suo nome vero); Mi ricordo la sera prima di partire di aver visto per caso in TV un documentario proprio sulla zona dell’Annapurna…. credo di non aver chiuso occhio, quella notte.

Comunque, l’arrivo a Kathmandu è stata una delle cose più stranianti: dopo aver letto tutto quello che era possibile leggere sul Nepal , mi ero fatto un’idea sullo stato in cui l’avremmo trovato : povero, dimesso, caotico e polveroso. Ecco che però vengo smentito prontamente appena arrivati all’aeroporto: legni pregiati, sala d’aspetto lumunosa e ricca di tappeti e opere d’arte locali; ma dove siamo?!?. All’apertura del cancello capisco che l’aeroporto (come poi ho saputo dopo) era l’unica cosa appena restaurata, per il resto l’assalto dei taxi scassati , dei bambini sorridenti e sporchi e dei cani pulciosi (e dell’odore forte di spezie ed immondizia) mi fa capire che effettivamente mi trovo nel terzo mondo.

Kathmandu A Kathmandu passiamo le prime ore a cercare un fantomatico alberghetto che ci aveva raccomandato un nostro amico. Lo troviamo, anche se questi qui del nostro amico non si ricordano e le foto-ricordo che gli abbiamo portato li lasciano indifferenti ( a ritorno dal trekking scopriremo che l’albergo cercato era un altro con lo stesso nome)…

Dopo alcuni giorni trascorsi ad abituarsi a questo mondo brulicante di vita e di bellezza e di cose che ti colpiscono alla bocca dello stomaco per la loro apparente crudeltà, si scopre un popolo di una sincerità e di una apertura a noi sconosciuta, e si impara presto ad amare i suoni, gli odori forti e le facce così diverse che si incontrano. Passare pomeriggi interi a girare per le strade imbambolati è cosa normale, almeno per i curiosi come me.

Nepal - trekking

Nepal - trekking

Il Trekking Gran parte dei 35 giorni passati qui in Nepal li abbiamo spesi, io ed il mio compagno di viaggio Gianni, a faticare sotto il peso di due zaini mostruosi su è giù per i sentieri e le mulattiere di un classico del trekking: L’Annapurna Trail. Duecento chilometri in mezzo a scenari di indescrivibile bellezza per ventidue giorni di cammino, dai 600 m di Dumre fino ai 5600 m del passo del Thorung La, e poi giù per la valle di Muktinath e Jomsom fino a Pokhara.

Al ritorno a Kathmandu : 8 chili di peso in meno, una forma fisica mai più raggiunta in seguito e una serie di ricordi che posso solo provare a condividere con voi atraverso le fotografie scattate laggiù.

A nolti anni di distanza da quel viaggio mi ha ferito leggere dei morti e della guerra civile che si è consumata in Nepal, un paese dove c’è un re inetto dalla faccia idiota, dove ci sono i ribelli maoisti (!), ed un popolo gentile che meriterebbe decisamente di meglio…Andateci, non ve ne pentirete!

Immagini Nepal

Cile

Cile - piste

Cile - piste

Anno del viaggio: 1998

Come: aereo + mezzi locali

Itinerario

Aereo: Milano – Amsterdam – Buenos Aires – Santiago, Bus, Aerei Locali e Jeeps: Santiago – Iquique – Calama – San Pedro de Atacama – Chuquicamata – Villa del Mar – Santiago - Temuco – Villarica – Osorno – Puerto Mont – Chiloè – Santiago.

Note

Una ventina di giorni passati a correre come matti su e giù per questo incredibile paese, incredibile sin dalla forma : 80-100 km di larghezza per circa 4000 di lunghezza! Essendo arrivati in aereo a Santiago che si trova… bravi!, giusto nel mezzo, il primo problema è ovviamente decidere se andare a Nord o a Sud, già sapendo di dover sprecare un paio di giorni per tornare al punto di partenza in tutta fretta per andare a vedere cosa c’è dall’altra parte. Ma così è il viaggiatore: per vedere un animale, una leggenda, una montagna, o un viso è disposto a fatiche inenarrabili ed a disagi biblici. Quindi via sul primo pulmann in partenza per il nord (Iquique – 26 ore).

Iquique ha un aspetto veramente impressionante : da un lato una duna gigantesca (ma gigantesca sul serio – circa 600 m di altezza) e dall’altro l’oceano pacifico. Qui (e ad Antofagasta) arrivavano dal deserto dietro la duna i treni carichi di rame e zolfo ed altri minerali da imbarcare. C’è un porto ancora molto attivo, anche se non più per il commercio delle ricchezze del sottosuolo, ormai esaurite o diventate quasi senza valore.

C’è anche una via di mezzo tra un mercato ed un supermercato enorme vicino al porto, dove si vende di tutto, dagli stuzzicadenti alle barche. Dopo aver chiesto a qualcuno, capisco di che si tratta: probabilmente per una reminiscenza del periodo d’oro del commercio di minerali, Iquique è Zona Franca, e qui tutto costa molto meno; viene gente da tutto il resto del Paese ed ognuno ha diritto ad un certo quantitativo di merce secondo regole insondabili.

Cile

Cile

Da Iquique il nostro itinerario ha toccato Calama dove ci sono le miniere a cielo aperto di Chiquicamata (vedi il recente film sul Che), San Pedro de Atacama in pieno deserto (era un’oasi, mi dicono che ora costa come Acapulco). E giù, giù di nuovo verso Santiago.

In pratica il Cile attraversa vari paralleli e le differenze climatiche tra nord e sud sono impressionanti: dal deserto del Nord si passa a laghi e montagne innevate dove si scia e le cittadine (Villarica, Pucon) sembrano costruite dagli Svizzeri! Qualche domanda ai locali, una consultatina alla guida, e si scopre che ai tempi del colonialismo c’erano i tedeschi. Ah, ecco.

Il rammarico più grande di questo viaggio è stato non poter arrivare in Patagonia, poiché la stagione (era Agosto, inverno da queste parti) non lo consentiva… tipo 30 gradi sottozero e venti a 110 km/h! Il patetico tentativo di chiedere alla capitaneria di porto se c’erano navi in partenza mi è fruttato qualche risolino e qualche epiteto tipo “gringo”… Che a dispetto dell’epica di quando eravamo bambini vuol dire più o meno “stupido bianco”.

Se potete andateci a Gennaio o Febbraio, troverete un clima più mite, anche se ci saranno più turisti e attraversare il deserto di Atacama di notte per giungere a San Pedro sarà forse meno poetico.

Perù 2002 – il diario

 

Peru: il cielo degli Incas

Dalla Bolivia al Peru

Dalla Bolivia al Peru. Come in trance al mattino ricomponiamo gli zaini: due magliette sporche, quattro calzini oramai legnosi, il resto addosso per proteggersi dal freddo. Si riparte, destinazione Cuzco. Dopo poche ore arriviamo al confine: si scende, la frontiera si attraversa da pedoni dopo il controllo documenti. Un’esperienza; da ora in poi potremmo dire di aver camminato dalla Bolivia al Peru.

Peru - tribù Uros - lago Titicaca

Peru - tribù Uros - lago Titicaca

La prima tappa del viaggio ci lascia a Puno, una bella cittadina affacciata sulle rive di una grande baia. Dobbiamo attendere quattro ore la partenza della coincidenza per Cuzco e ci consigliano di visitare le isole degli Uros. Non rifiutiamo di certo. Con una piccola barca partiamo dal porto di Puno e approdiamo sulle terre degli Uros: isole costruite dall’uomo acccumulando strati su strati di canne. Le piccole isole sono come zattere alla deriva, ognuna porta poche capanne, due o tre famiglie di un popolo orgoglioso e antichissimo. Attraccate ad ogni isola le canoe degli Uros paiono navi vichinghe leggere e colorate.

Il tramonto improvviso ci chiude lo sguardo: torniamo a Puno e ripartiamo per la favolosa Cuzco: l’ombelico del mondo. Ci arriviamo alle quattro di notte, storditi come non mai. Ci aspetta il nostro Tour Operator: la dolcissima moglie dell’agente abilissimo che ci ha venduto il pacchetto Machu Pichu a La Paz. La povera donna ci ha atteso in stazione dalla mezzanotte, con una pazienza a noi sconosciuta. Ci porta all’hotel che ci alloggia in una stanza sul retro, senza finestre. Va bene. Un giaciglio è un giaciglio. Il sole resti fuori. Noi abbiamo bisogno di dormire.

Peru - Ollantaytambo

Peru - Ollantaytambo

Oggi si parte per raggiungere Machu Pichu, il luogo sognato da sempre. Ma non siamo appena arrivati ? Va bene, non c’è tempo. Percorriamo i primi chilometri su due mini bus locali, stipati tra galline e matrone peruviane munite della famosa bombetta. La nostra dolce accompagnatrice ci porta per mano per una lunga tratta: ha con sé suo figlio che non pare particolarmente felice del viaggio imprevisto.

Ci sentiamo a disagio. Verso mezzogiorno ci fermiamo per qualche ora a Ollantaytambo, un piccolo paese dominato dalle montagne circostanti che conservano sulle pendici una splendida fortezza inca. Dobbiamo attendere la partenza, verso sera, del treno a scartamento ridotto che ci porterà ad Aguas Calientes, campo base per il Machu Pichu. Il treno è l’unico mezzo che percorre la strettissima valle che termina sotto la mitica montagna. All’arrivo un’altra donna ci attende e ci conduce al nostro accampamento notturno: un albergo nella via stretta e ripida che taglia in due il paese.

Peru - Agua Caliente

Peru - Agua Caliente

La cena la consumiano in un posto qualunque ma Sigfrido, giustamente, vuole mangiare cibo locale e ordina il cuy. Cosa è il cuy ? E’ un antico piatto prelibato inca: in pratica è quello che noi conosciamo come porcellino d’india. Spero almeno che non lo servano intero. Lo servono intero, sdraiato su un fianco su un materasso di patate ! Niente sentimentalismi, ma l’immagine è imbarazzante. Ammettiamolo, anche il carnivoro fa una certa fatica.

Machu Picchu

Alle sei del mattino siamo tra i primi a raggiungere la cima. Forse arrivare a Machu Picchu con il trekking che segue il sentiero degli Inca sarebbe stato ancora più suggestivo, ma il poco tempo non ce lo ha permesso. Il bus si inerpica su per le ultime curve tra la foresta ed eccoci in cima. Temiamo una piccola delusione: quante volte abbiamo ammirato foto e documentari di questo luogo?

Ma come si scollina e si giunge a Machu Pichu si viene proiettati immediatamente dentro ad un sogno: le pietre grigie delle costruzioni, il verde fitto delle montagne circostanti, il fiume che scorre come un serpente d’argento laggiù in fondo alla valle, il silenzio, il cielo cupo carico di nuvole. Restiamo a lungo senza parlare: non serve parlare. Il Machu Pichu parla direttamente alla nostra memoria ancestrale. Scesi nuovamente ad Agua Caliente vaghiamo tra una birra Cuzquena e l’altra in attesa del treno che ci ricondurrà a Cuzco.

Peru - Machu Picchu

Peru - Machu Picchu

Il viaggio è lungo e lento, tra vacche che ruminano sulle rotaie e villaggi pericolosamente costruiti a ridosso della ferrovia. Giungiamo in prossimità della città, che si adagia in una conca circondata da colline. Il treno deve raggiungere il fondovalle e lo fa in maniera curiosa: a noi pare di andare semplicemente avanti e indietro, ma in realtà ad ogni “oscillazione” ci avviciniamo sempre più alle luci della città.

Dondoliamo dolcemente verso Cuzco percorrendo tratti di ferrovia che disegnano sulle pendici una zeta perpetua. Torniamo nell’albergo già visitato e strappiamo una stanza con finestra. Signori, che lusso! Cuzco merita una sosta e decidiamo di girovagare tutto il giorno tra le sue grandi piazze, le sue strette strade, alcune ripide come non mai con scalinate praticamente verticali, visitiamo il museo, ci spingiamo a piedi fuori città, sulla cima delle colline circostanti, dove sorge la fortezza di Saxahuayman.

Peru - Saxahuayman

Peru - Saxahuayman

Palazzi e muri di cinta di pietre imponenti e scure, la testa del giaguaro che disegna nel progetto antico la forma mitica della città, che veniva chiamata l’ombelico del mondo. Piedi permettendo camminiamo fino a sera, e ceniamo a suon di musica: un fantastico gruppo locale di ragazzi molto giovani mescola sonorità tradizionali e modernità. Bravissimi a cantare e a suonare. Non abbiamo in tasca soldi a sufficienza per comprare un loro CD. Vergogna.

Il volo del Condor

Il giorno successivo, come schegge impazzite, siamo già in volo per Arequipa sempre più vicini alla fine del viaggio. Scendiamo in un micro aereoporto meno attrezzato di una stazione di treni e al ritiro bagagli ci sembra di aver masticato troppe foglie: ma quel tizio che cerca la sua valigia non è Luigi Berlinguer ? E la signora non pare la Mafai ? Lasciamo perdere, dev’essere la stanchezza. Arriviamo in città e troviamo per dormire un albergo che, avendo finito le stanze, ci alloggia in una specie di appartamento con tanto di cucina e giardino condominiale. Altro che Sheraton!

Scarichiamo i fetidi zaini e uniamo il giro esplorativo della città all’organizzazione del tour Canyon del Colca dei due giorni a venire. Ma fermi mai ? Giammai ! Tutta la giornata successiva trascorre in viaggio verso il Canon del Colca, meta unica per vedere da vicino i condor andini. Arriviamo nel pomeriggio a Chivay, ci assegnano di forza le camere, ci convocano alle cinque del mattino per il giorno seguente e finalmente siamo liberi.

Peru - Canon del Colca

Peru - Canon del Colca

Vaghiamo nel nulla anche perché non è che ci sia molto da vedere, dormiamo un poco e dalle sette a mezzanotte ci accampiamo in un piccolo locale accogliente che spara musica rock dalle casse (!?!). Una birra, un’altra, qualcosa da mangiare: si uniscono Gioia e Chuck, due compagni di questa tratta di viaggio e tra una chiacchiera e un bicchiere si fa ora di andare a svenire nel letto. Sotto coperte brinate.

La colazione sembra il pasto dei carcerati, tutti stipati in un retro cucina, con turni per sedersi. E’ buio e approfittiamo della prima parte del tragitto in bus per proseguire il sonno. Il sole ci sveglia e ci accorgiamo di percorrere una lunga e bellissima valle, in alcuni tratti profondissima. Speriamo che il bus tenga la strada. Il Canon del Colca è splendido e imponente, una ferita affondata nella montagna. Camminiamo per un tratto lungo l’abisso: una vertigine.

Peru - condor andino - Canyon del Colca

Peru - condor andino - Canyon del Colca

Sulla sinistra le pendici della montagna e le vizcache (cincillà per noi) , cibo dei condor, sulla destra un salto di 1200 metri, nel cielo sopra di noi i rapaci. In alcuni tratti arrivano a volare a poche decine di metri sopra la nostra testa. Sono enormi e bellissimi e le loro planate a cerchio ci ipnotizzano e ci inquietano. Alla fine del sentiero arriviamo alla Cruz del Condor e reincontriamo Berlinguer.

Coca non ne abbiamo masticata. Chiediamo di fare una foto insieme. Giusto per poterci credere al nostro ritorno. Torniamo ad Arequipa, dimentichiamo portafoglio e passaporto sul bus (bella cazzata), li recuperiamo non si sa bene come al costo di una mancia di 20 dollari. Alla sera bicchiere della staffa con Gioia e Chuck e cena. Buonanotte Arequipa.

La principessa dei ghiacci

Abbiamo un giorno intero per girare la città, visto che il nostro bus per Nazca parte di sera per viaggiare la notte. Arequipa è una bella città delle Ande occidentali: siamo a 2325 metri e ci sempra pianura dopo le altezze dei giorni passati. Trascorriamo quasi tutto il tempo dentro il Monastero di Santa Catalina.

Alte mura grigie chiudono un intero isolato: dentro c’è il monastero che è una vera e propria città nella città con strade, piazze, giardini, abitazioni, chiese. La scoperta incredibile è che in questo spazio i muri, le finestre, le porte sono dipinte a colori sgargianti: arancione, blu, giallo. Un paradiso per gli occhi e l’obiettivo della macchina fotografica.

La storia del monastero è curiosa: costruito nel 1580 come luogo religioso divenne presto un gineceo di dame, più che di monache, decisamente allegre e gaudenti. Forzate alla vocazione dalle famiglie trovarono così una personale via di fuga. Mica male.

Peru - Arequipa

Peru - Arequipa

Visitiamo ancora il museo della Principessa dei ghiacci, Juanita, la mummia perfettamente conservata di una giovane adolescente sacrificata sui ghiacci del vulcano Apu Ampato a 6000 metri di altezza. Impressionante. Entriamo nella cattedrale di Plaza des Armas e rimaniamo affascinati dallo splendido e imponente organo ancora funzionante. Oggi è il compleanno di Sigfrido e lo festeggiamo con una cena sulla piazza principale di Arequipa, accompagnati da musicanti locali come sempre. Ma suonano bene. E il vino è buono. La vista splendida. Ottimo addio alla città.

Dopo aver viaggiato tutta la notte su un bus più moderno dei precedenti, ma con aria condizionata a – 15° fissa, arriviamo all’alba a Nazca, ci piazziamo in una pensione qualsiasi e decidiamo subito di affrontare l’impresa del volo sulle linee: pensarci potrebbe voler dire rinunciare. Non sia mai! Con un taxi raggiungiamo il piccolo aereoporto da cui partono i microscopici aerei da turismo. Io vacillo, Sigfrido si eccita. Io faccio resistenza. Lui paga. E’ fatta, oramai bisogna salire.

Peru - Nazca - prima del volo

Peru - Nazca - prima del volo

Aereo a 3 posti più il pilota, un baffone con tanto di divisa e mostrine. Andiamo! L’aereo ronza, più che rombare, sulla pista e tra uno scossone e l’altro ci alziamo. Strano, non ho paura. L’aereo si piega di quasi 90° su ogni linea per consentirci una migliore visuale.

La prima virata è un po’ inquietante, alla seconda ci abbiamo già fatto l’abitudine. Nessuna paura, anche perché si viene immediatamente conquistati dalla magia di questi strani segni nel deserto, (scimmia, ragno, uccello, cane, lucertola, condor…) visibili solo da questa altezza, alcuni lunghi 180 metri, dalle proporzioni perfette. Le teorie sulla loro origine e il loro scopo sono molte: non importa sposarne una, sono semplicemente e splendidamente misteriose.

Peru - le misteriose linee di Nazca

Peru - le misteriose linee di Nazca

Torniamo in pensione a riposare e nel tardo pomeriggio girovaghiamo per Nazca che, oltre alle linee ha veramente molto poco da offrire. Finiamo a cenare da The Grumpy’s, un piccolo ristoro gestito da due giovani fidanzati. Passiamo la serata a parlare con loro e con la nonna, presente e tagliente come non mai. Ancora oggi ci scriviamo con Carlos Leon Seminario in uno scambio Italia-Peru via internet. Santa tecnologia.

Paracas

Prossima tappa penisola di Paracas con pernottamento a Pisco, città del brandy: come saltarla? Viaggo canonico in bus, ricerca di bivacco notturno e organizzazione della gita del giorno a venire alle Isole Ballestas. Il resto del pomeriggio lo trascorrriamo facendo una lunga passaggiata fino sulla riva dell’oceano, tra alberghi fine secolo diroccati, moli abbandonati, piccoli pellicani feriti sulla riva del mare e “bambini crudeli” che ci giocano.

Li affrontiamo come paladini verdi, ma il risultato è scarso. Ci guardano come marziani. Certe volte è dura accettare che la tua cultura non può assolutamente essere compresa ad altre latitudini. La giornata trascorsa su e giù per la penisola è un’orgia naturalistica: attraversiamo deserti di sabbia, costeggiamo l’oceano e ci avventuriamo giù per le scogliere fino a raggiungere punti dove le onde, nei secoli, hanno scavato archi di roccia e caverne profonde, camminiamo su un lungomare ricoperto di granchi e conchiglie, prendiamo una piccola barca che ci fa arrivare fino al Parco Naturale delle isole Ballestas, regno di migliaia di uccelli di decine di specie diverse e dei leoni marini.

Peru - Paracas - Isole Ballestas

Peru - Paracas - Isole Ballestas

La giornata è grigia ma non toglie fascino a questo paradiso. Prima di salpare avviciniamo sulla spiaggia enormi e buffi pellicani e durante l’attraversata veniamo accompagnati da stormi di uccelli in volo radente sul pelo dell’acqua. Arriviamo con la barca vicino ad una grossa insenatura: la spiaggia dei leoni marini. I maschi, sulla riva, mugghiano cupi: un suono inquietante. Attorno al nostro scafo le femmine, curiose, affiorano fino quasi a farsi toccare.

Un piccolo pinguino di Humboldt, impacciato sulla terraferma, scivola dalla scogliera come un clown involontario. La cima delle isole è bianca come neve. Non è neve: le isole sono una miniera di guano inesauribile. Tappa pranzo in un ristorante-chiosco affacciato su una baia deserta, accompagnati dal ritmo di un vecchio percussionista locale. Sulla strada del ritorno reincontriamo in una laguna sul mare i fenicotteri rosa che avevamo lasciato a 5000 metri in Bolivia e visitiamo un piccolo e interessantissimo museo spuntato dal nulla. La giornata è stata intensa. Abbiamo accumulato molte cose da ricordare.

Peru - Paracas - Isole Ballestas

Peru - Paracas - Isole Ballestas

Mai stanchi di ripartire, dopo la notte a Pisco eccoci alla volta di Ica. Qui troviamo alloggio nell’albergo piu’ brutto e scassato di tutto il viaggio: scale buie, stanze tipo celle di prigione, vetri rotti alle finestre, materasso sudicio senza lenzuola, mono lampadina da 3 watt che penzola tristemente dal soffitto. Questo c’è. Questo si prende. Per non avvilirci troppo decidiamo di passare il pomeriggio tra le dune del deserto che circonda Ica. Raggiungiamo Huacachina in mezz’ora. Il paese è costruito attorno ad un piccolo lago ed è circondato da alte dune di sabbia: un’oasi, così come ce l’hanno descritta nei libri.

Peru - Ica - le dune

Peru - Ica - le dune

Il divertimento qui è affittare le tavole, tipo quelle da snowboard, arrampicarsi ansimando fino sulla cima delle dune e lanciarsi giù a tutta velocità. Cazzate da turisti: lo facciamo comunque. Imbrocchiamo due o tre voli da manuale e finiamo con etti di sabbia infilati in ogni orifizio possibile. Proprio in tutti? In tutti. E’ ora di tornare a dormire nella nostra cella a pagamento. Domani si torna a Lima.

Di ritorno a Lima

Partiamo per Lima con un bus a due piani e ci piazziamo appiccicati al vetro davanti proprio al piano superiore, sulla testa del guidatore. La strada ci scorre accanto, ci corre davanti. Per lunghi tratti costeggiamo l’oceano grigio e agitato e attraversiamo interminabili tratti di deserto sabbioso e fangoso sul quale sorgono come funghi piccole baracche di legno costruite da campesinos che così rivendicano la proprietà della terra. Sembra una landa di fantasmi: lungo la costa la garua prende possesso di ogni cosa e la rende grigia e opaca. Lima è sempre più vicina.

Peru - verso Lima

Peru - verso Lima

Troviamo alloggio in un hotel vista tangenziale: d’altronde il viaggio è pressochè terminato e i soldi anche. Piazziamo il lurido bagaglio in stanza e facciamo una passeggiata per le vie di Miraflores, in attesa della cena. Lima è una metropoli di circa 8 milioni di persone ma incredibilmente incontriamo per strada Gioia e Chuck da cui ci eravamo separati molti giorni fa. Decidiamo di festeggiare il fine viaggio insieme e finiamo per mangiare in un ristorante che ci regala un dopo cena indimenticabile: un giovane cantante sovrappeso dall’aspetto macho assolutamente non corrispondente ai suoi evidenti gusti sessuali è la star del locale.

La specie di dragqueen trascinante e istrionica è accompagnata da un gruppo di musicisti over cinquanta in giacca e cravatta, molto bravi ad onor del vero. Seduto ad un tavolo al fondo del locale, nascosto dal fumo di sigaretta, il manager: un Al Capone peruano dallo sguardo cattivissimo. Ci sentiamo comparse di un b-movie anni ’70. Beviamoci su.

Peru - Lima di notte

Peru - Lima di notte

Decidiamo di rimuovere la tristezza dell’ultimo giorno di viaggio riempiendo la giornata con un po’ di tutto: facciamo un giro nella zona dei mercati e compriamo souvenir vari, anche di dubbio gusto. Visitiamo lo splendido ed enorme Museo de la Nacion che offre una panoramica completa della storia peruviana, con reperti di pregio e di grande impatto visivo. Camminiano senza meta per chilometri e arriviamo sul lungomare in un punto dove la scogliera scende a picco sull’oceano.

Da qui si involano colorati deltaplani così belli che quasi ci viene voglia di provare. Costa troppo; non se ne fa niente (bella scusa!). Girovaghiamo in una specie di centro commerciale futurista costruito sulla scogliera, e torniamo verso la zona di Miraflores per l’ultima cena peruviana. Purtroppo ci imbattiamo nel peggior vino mai assaggiato in tutta la vita, praticamente un misto tra aceto e cherosene.

Peru - Lima di notte 2

Peru - Lima di notte 2

Torniamo in albergo, ricostruiamo il bagaglio e in attesa di farci portare in aereoporto scambiamo quattro chiacchiere al bar dell’hotel con un taxista molto simpatico dalla parlantina irrefrenabile: quando, non so come, scopre che non mangio carne arriva anche a spiegarci per filo e per segno una ricetta per cucinare il gatto. Va bè, voglio pensare che ci stesse prendendo in giro. Ma non penso. Arriva il nostro taxi, una corsa nel buio verso l’aereoporto, ancora una breve attesa poi volo Lima, Peru – Caracas-Milano. Alla dogana italiana nulla da dichiarare, anzi sì: ma cosa ci facciamo di nuovo qui ?……

Peru:

Mappa e itinerario Peru

Immagini Peru

Indonesia 2001 – il diario di viaggio

 

Siapa nama anda? Nama saya Indonesia!

L’arrivo

Torino-Parigi-Singapore-Jakarta: la fine dell’interminabile viaggio per l’Indonesia ci vede, storditi e spaesati, all’aereoporto della capitale, persi nella ricerca di un’auto o di un bus che ci porti in città. il primo slalom tra le varie offerte , ufficiali e non, di mezzi di trasporto ci coglie impreparati: siamo poco combattivi e contrattuali. non pretendiamo troppo da noi stessi : saliamo su un taxi qualsiasi e ci dirigiamo verso il nostro hotel, unico già prenotato dall’Italia per essere sicuri di riprendere le forze prima della grande avventura.

Indonesia - Yogyakarta

Indonesia - Yogyakarta

Guardando fuori dal finestrino, con lo sguardo vacuo e i vestiti stropicciati, vediamo scorrere veloci le prime vere immagini del nostro viaggio: il tipico caos da megalopoli del terzo mondo. Un magma infernale di auto, camion, motociclette, biciclette, carri e carrretti invade ogni metro di strada percorribile.

Ovunque un brulicare di gente in movimento, un concerto continuo di clacson la colonna sonora. Il nostro hotel è come ce lo aspettavamo: venti piani di extra-lusso caduti non si sa come nel cuore di questa Babele d’oriente. Dentro l’atmosfera è straniante: marmi, specchi, saloni deserti, silenzio da cattedrale; a parte un solitario ed improbabile pianista che suona per un pubblico assente. Da dimenticare.

Dalla finestra del quindicesimo piano la città sembra un mare in tempesta. A perdita d’occhio luci e serpenti di macchine, case e palazzi. Circa dieci milioni di persone si aggirano freneticamente in questo labirinto. La sera facciamo una camminata di qualche ora senza meta presisa per la città alla ricerca di un pasto: ci imbattiamo in interi quartieri di grandi magazzini e Mc Donald.

Il desiderio è quello di scappare al più presto in cerca della vera Indonesia, anche se questa è probabilmente una delle sue mille facce. La decisione di fuga del giorno successivo si scontra immediatamente con il tempo orientale: l’unico treno in partenza per la città di Yogyakarta è previsto per il primo pomeriggio.

Indonesia - Yogyakarta - mercato

Indonesia - Yogyakarta - mercato

Non ci resta che girovagare per la stazione, la “stasiun” in Indonesia. Beviamo del tè, mangiamo qualcosa ai warung, semplici chioschi che vendono cibo e bevande, nel piazzale antistante. I warung offrono a poco prezzo un buon pasto, a patto di non indagarne la composizione e l’acqua è in omaggio, ma meglio non berla.

E’ ora di partire e sulla banchina, aspettando il nostro treno, ne vediamo transitare altri che trasportano passeggeri fin sui tetti dei vagoni: sembra un esodo. Otto ore di treno, tra topolini che scorrazzano allegramente tra i sedili e aria condizionata tarata sulle temperature del polo nord mettono a dura prova la nostra appena recuperata buona condizione fisica. Arriviamo a Yogyakarta in piena notte.

Quattro passi e appena fuori dalla stazione troviamo alloggio in un piccolo hotel decisamente confortevole. Il giorno seguente finalmente ci svegliamo in Indonesia, quella sognata.

La città imperiale dell’Indonesia – Yogyakarta

Yogya ci regala un ricco itinerario. L’attuale palazzo del sultano, città nella città in cui vivono e lavorano oltre 25.000 persone, sorge accanto alla città vecchia, l’antica reggia: affascinanti architetture di palazzi, canali, piscine, ora in disfacimento, lasciano trasparire l’antico splendore.

Indonesia - Yogyakarta - palazzo del sultano

Indonesia - Yogyakarta - palazzo del sultano

Camminando per la città ci salta immediatamente agli occhi la presenza, sulla porta di ogni casa, di gabbie di uccelli che riempiono le vie con il loro canto. Chiedendo informazioni capiamo che, per tradizione, il numero di uccelli posseduti è segno esponenziale di prestigio per le famiglie. Oltre alla conosciuta pratica del combattimento di galli, è qui tipica la gara di canto tra pennuti.

Non può mancare, quindi, una visita, forse la più curiosa a Yogyakarta, al mercato degli uccelli, un mercato in realtà brulicante di animali di ogni specie: pappagalli coloratissimi, tortore, merli, volatili esotici dai colori sgargianti, ma anche serpenti, pipistrelli giganti, gatti selvatici, falchi, iguane, ragni, scimmie, cavallette, formiche e persino larve d’insetti. Consigliato ad anime non troppo sensibili!

Yogya pullula di laboratori di batik, forse i più belli tra quelli visti in tutto il viaggio, e bisogna faticare non poco per sfuggire indenni ai venditori. Becak! Becak! L’offerta di biciclette-taxi accompagna tutto il nostro peregrinare.

Indonesia - Yogyakarta - Batik

Indonesia - Yogyakarta - Batik

Il non arrendersi ai tempi del viaggio porta inevitabilmente a sbagliare ora, posto e quantità di soldi nel portafoglio: vogliamo completare la giornata visitando il tempio hindu di Borobudur, 42 chilometri a nord-ovest di Yogyakarta. Il piccolo bus che ci trasporta ci mette il doppio del tempo previsto, giunti sul posto lìarea archeologica sta per chiudere e il ticket d’ingresso ha un prezzo superiore al budget odierno. In tasca non ci restano che poche rupie.

Ci accontentiamo di una visita esterna e ci ripromettiamo di prendercela con più calma. Correre qui in Oriente è controproducente.

Il Bromo

Trascorriamo l’intero giorno successivo su un pullman: dodici ore di viaggio per raggiungere il Bromo, vulcano attivo di 2392 metri situato nell’area del massiccio del Tengger. Il tragitto ci racconta molto sull’Indonesia e sull’isola di Java: non incontriamo un solo tratto di strada libero da case, macchine, biciclette e bancarelle. Un fiume ininterrotto di gente in transito dalla partenza all’arrivo.

Java è l’isola più popolata dell’intero arcipelago indonesiano; da quello che possiamo osservare, decisamente sovrappopolata. Verso mezzanotte, dopo un ultimo tratto di strada che si arrampica su per la montagna, giungiamo a Ngadisan dove troviamo alloggio per la notte.

Indonesia - Il Bromo

Indonesia - Il Bromo

Le camere sono spartane e soprattutto non siamo sufficientemente attrezzati per queste temperature. Anche in Indonesia la montagna è pur sempre montagna. Non soffriamo a lungo anche perché la sveglia è prevista per le quattro del mattino.

Una levataccia, certo, ma lo scopo è quello di veder sorgere il sole dalla cima del vulcano. Le jeep si inerpicano per i sentieri, attraversiamo un immenso cratere trasformatosi in un suggestivo deserto di cenere e giungiamo alla meta.

Al comparire dei primi raggi di luce siamo testimoni di un’alba metafisica. Intorno a noi si apre la valle vulcanica e le bocche compaiono ad una ad una col progredire dell’intensità luminosa. Le cime sbucano come isole magiche in un mare di nubi: l’alba del mondo.

Con gli occhi pieni di questa meraviglia scendiamo dal Bromo per risalire su un’altra bocca. L’ascesa verso la vetta mette a dura prova gambe e polmoni, ma la vista dall’alto ripaga dello sforzo. Ci affacciamo su un abisso fumante di zolfo: l’odore è acre, l’aria quasi irrespirabile.

Indonesia - Bromo - offerte votive sul cratere

Indonesia - Bromo - offerte votive sul cratere

Ragazzi vendono cespi di fiori secchi da gettare nel cratere come offerta votiva. Dall’alto osserviamo il deserto di cenere che abbiamo attraversato qualche ora prima. Al centro un tempio buddista, tutt’intorno uomini a cavallo di piccoli destrieri agghindati con drappi colorati: pare il deserto dei tartari. L’atmosfera è lunare.

Le spiagge nere di Lovina

Il farsi del male volontariamente attiene al viaggiatore ad oltranza, per cui nel pomeriggio si riparte impavidi alla volta del parco naturale di Baluran. Nonostante si legga sulla guida che il luogo merita una sosta, giunti sul posto decidiamo nostro malgrado di proseguire: la struttura è decisamente dismessa e l’accoglienza non è delle più calorose.

Altro bus verso Banyuwangi e poi verso Ketapang, piccolo porto da cui partono i traghetti per Bali. Qualche ora di attesa, come sempre, poi un’ora di traversata ed eccoci nell’isola da sempre presente nell’immaginario esotico di ognuno. Giunti sulla terraferma le scelte possibili sono due: dirgersi verso la costa sud, verso Kuta, o verso quella nord, verso Lovina.

Kuta è l’apoteosi del ricco turismo occidentale trapiantato in Oriente: grandi alberghi, boutiques di lusso, spiagge curate, ristoranti internazionali, quartieri interi invasi da negozi di souvenir, concentrazione umana di turisti, soprattutto australiani e americani, sopra la media sopportabile. Il misticismo orientale qui non è di casa. Kuta dicono sia uno dei più famosi paradisi per surfisti. Le onde dell’oceano sono decisamente da record, i surfisti sono in effetti una moltitudine, ma sul fatto che questo posto sia un paradiso ci sarebbe da discutere.

Indonesia - Bali - Lovina

Indonesia - Bali - Lovina

Naturalmente scegliamo la strada verso la costa nord di Bali e giungiamo a Lovina. Questo è in effetti un vero piccolo angolo d’eden. Alloggiamo in un bungalow sulla spiaggia, circondato da un giardino pieno di fiori. L’arredamento è povero, non c’è acqua calda, ma per una cifra assolutamente irrisoria (2 euro per notte, compresa la colazione!) possiamo ammirare il tramonto sul mare di Java seduti in veranda. Impagabile. Il giorno successivo ci tuffiamo nell’esperienza del “rent a motorbike!”: affittato un motorino gironzoliamo senza meta precisa lungo la costa e verso l’interno.

La Bali induista è molto diversa dalla Java musulmana che abbiamo appena lasciato. Piccole e delicate offerte di fiori e incensi raccolti su foglie intrecciate sono appoggiate davanti ad ogni porta, ad ogni bottega, lungo i marciapiedi. Il verde dei campi di riso ha una luminescenza unica, quasi fosforescente, anche quando il cielo si carica di nuvole e il vento fa ondeggiare le palme. Incontriamo persone dal sorriso gentile che si muovono con una calma serena che ci contagia. Da qui non ripartiamo subito. Dedichiamo un’intera giornata al riposo sulla spiaggia vulcanica di sabbia nera.

Dobbiamo fare scorta e tesoro di questa bellezza, anche perché il giorno seguente il passaggio da Kuta è obbligatorio: una notte di pernottamento si impone, per poter prendere il volo alla volta di Flores dall’aereoporto di Denpasar. Le poche ore trascorse a Kuta ci confermano i sospetti: nulla di più di una qualsiasi località turistica iperoccidentalizzata, frenetica, affollatissima.

Acquistiamo il nostro biglietto aereo in un’agenzia di viaggio al secondo piano di un edificio fatiscente; mentre aspettiamo l’emissione del ticket dalla finestra entra un cane spelacchiato. Dalla finestra del secondo piano !?! Non ci facciamo troppe domande, potrebbe essere una visione.

Flores: paradiso perduto

Partiamo alla volta di Flores, isola all’estremo est dell’arcipelago indonesiano, decisamente periferica rispetto ai percorsi turistici tradizionali. Arriviamo a Maumere e dall’esatto momento del ritiro bagagli capiamo senza ombra di dubbio che ci siamo lasciati alle spalle il turismo di massa. Lo scalo è piccolo e povero come una stazione di treno di provincia e, appena usciti dall’aereoporto ci rendiamo conto che sono più numerose le guide che offrono i loro servizi di noi turisti appena sbarcati.

Scegliamo un albergo un po’ a caso e cominciamo le prime faticose contrattazioni per avere una macchina con autista-guida per i giorni a venire, unico modo per attraversare Flores verso ovest senza impiegarci più o meno un mese. La giornata intera trascorsa a girovagare per Maumere ci offre un’atmosfera nuova. A differenza della Java musulmana e della Bali hindu, Flores è un’isola prevalentemente cattolica. Non più moschee, non più templi in pietra grigia, ma chiese, croci e campanili ovunque.

Indonesia - Flores - Maumere

Indonesia - Flores - Maumere

La piccola città di Maumere, luogo poverissimo, ha un’atmosfera rarefatta e dismessa. Sono ancora visibili e tangibili le ferite profonde lasciate dal terribile terremoto che ha colpito l’Indonesia con epicentro in queste zone nel 1992. Case crollate e semidistrutte un po’ ovunque, mai più ricostruite. Nel nostro peregrinare per la città veniamo assaliti da decine e decine di bambini che, armati di quaderno e penna, ci chiedono di scrivere nomi, professioni e impressioni sul luogo, probabilmente un compito da svolgere per la scuola.

Siamo accerchiati da una moltitudine di grandi occhi scuri e sorrisi luminosi: ci sentiamo come delle vere e proprie rockstar che firmano autografi! Il giorno seguente partiamo alla volta di Moni, villaggio dall’entroterra e campo base per l’ascesa al Kelimutu, secondo complesso vulcanico del viaggio. Il tragitto da Maumere verso Moni, a bordo di una jeep scassatissima guidata da Anjelino, la guida che abbiamo scelto, dura tutta la giornata. Le strade sono in gran parte sterrate e molto strette. Attraversiamo foreste di palme e chilometri di boschi di banani; sul ciglio della strada i contadini attendono pazienti il passaggio dei camion che caricano il loro raccolto comprato per poche rupie (per essere rivenduto poi a tutt’altro prezzo sui mercati balinesi).

Facciamo uan tappa suggestiva a Paga Beach, spiaggia meravigliosa e deserta sulla costa sud di Flores: nulla da invidiare a Kuta, ma nessun surfista all’orizzonte, solo pescherecci al largo e un gruppo di poliziotti indonesiani che suona la chitarra all’ombra di una palma. Il nostro percorso prosegue verso Moni: la jeep si arrampica su per le montagne e dopo molte ore arriviamo al villaggio, collocato in una piana che improvvisamente si apre di fronte a noi.

Indonesia - Flores - Moni

Indonesia - Flores - Moni

Il villaggio è povero e semplice, come l’alloggiamento che troviamo, ma molto confortefole. Passeggiamo tra le risaie a terrazze dove incontriamo bellissimi bimbi che ci accerchiano chiedendo in coro biro e sigarette (?!). Poco distante un ragazzo pascola le oche tra gli specchi d’acqua dei campi e i contadini lavorano curvi sulle fragili piantine di riso. Qualche passo fuori dal villaggio e si arriva ad una piccola cascata tra le rocce: una fonte di acqua calda e sulfurea nella quale ci tuffiamo senza indugi. La sera scorre tranquilla, tra chitarra ed arak, un distillato di palma decisamente alcoolico e dal dubbio sapore.

Dopo pochissime ore di sonno ci svegliamo per la gita al Kelimutu: un’altra alba sui vulcani dell’Indonesia. Nel buio della notte il sentiero che ci porta alle pendici del cratere è un vero e proprio azzardo, soprattutto perché Anjelino, la nostra guida, ha decisamente abusato dell’arak ed ora guida la jeep con eccessiva disinvoltura. Vivi ed un po’ scossi cominciamo la camminata a piedi verso la cima. Poco più di mezz’ora ed arriviamo quando sta per albeggiare tra le grandi bocche del complesso del Kelimutu. I tre crateri sono ora dei laghi naturali con una straordinaria particolarità, il colore: c’è il lago nero, quello marrone e quello turchese. La colorazione dipende dalle sostanze minerali che mano a mano si sciolgono nell’acqua dalle pendici dei crateri. Il colore cambia negli anni e non molto tempo fa uno di questi laghi era incredibilmente rosso.

Indonesia - Flores - vulcano Kelimutu

Indonesia - Flores - vulcano Kelimutu

Lo spettacolo è singolare e la suggestione intensa. La leggenda locale narra che le anime delle persone defunte riposino nei tre laghi: le anime dei giovani in quello turchese, quelle dei vecchi in quello marrone e le anime delle persone malvage in quello nero. Crederci o meno poco importa: qua in cima il panorama è unico, gli specchi d’acqua colorati sono quasi fantascientifici e la presenza di alcuni uomini del villaggio, seduti in preghiera sull’orlo dei crateri crea un’atmosfera di raccoglimento e induce, atei o mistici, alla silenziosa meditazione.

Dodici ore in canoa

Dopo qualche ora scendiamo verso Moni e immediatamente ripartiamo per la tappa seguente: Riung, villaggio sulla costa nord di Flores. Il viaggio è estremamente accidentato: le strade sono forse più dissestate di quelle del giorno precedente e infliggono il colpo di grazia alla nostra jeep. Fermi in un deserto di colline bruciate dal sole ci sentiamo senza via d’uscita.

Per fortuna Anjelino ci procura un passaggio alternativo: un improbabile bemo, un piccolo pullmino solitamente usato per spostamenti locali. Meglio di niente! Le due ore di viaggio verso Riung ci creano qualche apprensione: due giovani autisti tatuati che non sanno una parola di inglese, luci decorative intermittenti sul cruscotto, musica country (?!) a tutto volume, solo noi unici passeggeri. Arriviamo indenni che è già buio e l’unico posto dove dormire è un ostello religioso.

Indonesia - Flores - Riung

Indonesia - Flores - Riung

Scivoliamo all’istante nel sonno dei giusti tra immagini sacre e rosari. L’alba del giorno seguente ci vede, decisamente più in forma, girovaghi per Riung: un villaggio di pescatori, molto povero ma altrettanto bello. Le poche case sono sparse tra la foresta di palme e quelle vicino al mare sono costruite come palafitte a causa delle frequenti maree. La barriera corallina di fronte al villaggio merita una gita.

Una piccola barca ci trasporta per tutto il giorno da un atollo ad un altro del parco marino delle diciassette isole amministrato dal PHPA (il corrispettivo del nostro dipartimento forestale). L’area del parco marino è semplicemente meravigliosa: fondali ricchissimi di pesci e coralli dai colori stupefacenti, sulle isole le foreste di mangrovie sono l’habitat delle volpi volanti (flying foxes, praticamente pipistrelli di enormi dimensioni). Le spiagge sono bianchissime e incontaminate. Una visita unica e imperdibile.

In serata ci accordiamo con una giovane guida locale (Melchiorre!) per trasferirci via mare il giorno seguente a Labuanbajo, all’estremo ovest di Flores. La partenza, manco a dirlo, à prevista per le cinque del mattino a causa della lunghezza del tragitto da percorrere: è ancora buio e al piccolo porto ci siamo solo noi, Melchiorre, il cuoco della barca (Baldassarre!) e il mozzo.

Indonesia - da Riung a Labuanbajo - Melchi

Indonesia - da Riung a Labuanbajo - Melchi

E il capitano? Arriva a cavallo di una moto rombante, trasportando a mo’ di bisacce due taniche di carburante per la traversata. La barca è grossa come una vasca da bagno e noi siamo in sei, la durata del viaggio è di circa dodici ore. Arriveremo vivi? Salpiamo che sta albeggiando, non prima di aver prelevato altro gasolio dalle imbarcazioni ancorate nel porto. I casi sono due: o c’è un accordo tra i vari capitani o stiamo partecipando ad un furto.

Durante il tragitto il giovane mozzo si muove come un agile ragno da un estremo all’altro della bagnarola, il cuoco ci sfama con una sbobba anonima, il capitano guarda silenzioso l’orizzonte e la nostra guida dorme profondamente. Non ci resta che guardare il panorama, anche perché non c’è spazio fisico neppure per alzarsi in piedi. Navigando sottocosta scorgiamo piccoli villaggi raggiungibili solo dal mare, chilometri di terra inabitata, incontriamo i delfini (lumba lumba) e i pesci volanti.

Alla decima ora di viaggio la voglia di ammirare tanta bellezza è tramontata, così come il sole. Arriviamo al porto di Labuanbajo che è quasi buio. Siamo sopravvissuti.

Seventeen Islands

Sbarchiamo, rimettiamo in funzione le articolazioni arrugginite e ci incamminiamo alla ricerca di un alloggiamento per la notte. Qui i turisti sono decisamente in numero superiore rispetto a Riung e si prospetta il rischio di rimanere senza giaciglio. La prima notte ci tocca trascorrerla accampati provvisoriamente in una delle stanze private dei gestori della pensione, in attesa libera per il giorno seguente.

Accettiamo e ci pare una reggia: in fondo veniamo da un viaggio interminabile in una tinozza, questo è l’Hotel Ritz! La vista dalla terrazza del ristorante, in cima ad una collina sopra il porto, è speciale: sotto di noi la baia di Labuanbajo è costellata di piccole luci; sono le lampade delle barche dei pescatori di seppie. Le imbarcazioni sono costruite con due grandi bilanceri laterali che le fanno assomigliare a delle grosse farfalle.

Indonesia - Labuanbajo

Indonesia - Labuanbajo

Le luci sul mare, dopo il tramonto, fanno da specchio al cielo stellato. Ci godiamo la visione di tanta meraviglia bevendo una birra gelata che ci da il colpo di grazia: proviamo per la prima volta nella vita il mal di terra. Un’intera giornata tra le onde ci ha lasciato addosso, ora sulla terraferma, una sensazione di vertigine inedita e curiosa. Tutto gira, meglio andare a dormire.

Dopo un giorno di assoluto riposo, indispensabile per potersi godere i giorni a venire, affittiamo una barca che ci porti all’isola di Seraya: dalla barca, che attracca al largo dell’isola a causa della barriera corallina, veniamo traghettati ad uno ad uno sull’isola con piccole canoe. Sulla spiaggia solo un piccolo ristoro e dieci bungalow per chi si vuole fermare di più.

I fondali intorno all’isola sono un’esplosione di coralli, pesci e stelle marine blu e arancioni. Ci rilassiamo sulla spiaggia all’ombra di un enorme albero di tamarindo (ecco com’è il tamarindo fuori dalle bottiglie!). Allo stesso albero è interessata una capra decisamente intraprendente e invadente che mendica un aiuto per raggiungere le tenere foglie dei rami per lei troppo alti.

La aiutiamo ma non troppo: rischiamo di farci rosicchiare completamente la nostra unica fonte d’ombra. I bungalow per qualche giorno di pace sono invitanti, ma naturalmente noi abbiamo altri programmi. Organizziamo la partenza per il giorno successivo unendo le nostre forze a quelle di altri tre intrepidi viaggiatori instancabili. Tragitto: da Flores a Lombok sempre via mare, con tappa alle isole di Rinca e Komodo per vedere i mitici varani di infantile memoria; quattro giorni di oceano aperto, senza interruzione. Ce la possiamo fare!

Viaggio nella preistoria

Dopo poche ore dalla partenza comprendiamo inesorabilmente che le differenze tra il nostro mare e l’oceano sono sostanziali: quando l’oceano è agitato non usa mezze misure. Per il nostro equipaggio le onde che sferzano la barca sono assolutamente nella norma, quasi amichevoli. Per noi sono un maremoto. Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma certamente rotolare per un giorno e una notte sul ponte della barca non ci rende ottimisti rispetto al buon esito della traversata. Nulla da obiettare sul resto del viaggio.

Indonesia - Seventeen Islands

Indonesia - Seventeen Islands

Ogni tanto ci fermiamo al largo di qualche atollo deserto che raggiungiamo a nuoto, ci sdraiamo su spiagge di sabbia rossa, i fondali marini sono sempre nuovi e ricchi di flora e fauna che solo la barriera corallina consente di ammirare.

Il trekking sulle isole di Rinca e Komodo è un’esperienza singolare: accompagnati dalle guide del parco camminiamo per ore in isole deserte, tra palme, mangrovie, orchidee rampicanti, bufali d’acqua, cervi, maiali selvatici e soprattutto varani. Non è facile incontrare questi lucertoloni preistorici lunghi quasi tre metri a zonzo per il bosco. Non si rischia comunque una visita a vuoto perché alcuni varani sono sdraiati sulla banchina del molo, in realtà costretti, a mo’ di benvenuto. Va beh…

Indonesia - Varano di Komodo

Indonesia - Varano di Komodo

Le notti stellate al largo delle isole, immersi in un silenzio assoluto e circondati dalle barche illuminate dei pescatori di seppie, fanno pensare di essere capitati in un luogo fatato ai confini del mondo. Ci svegliamo dal sogno quando veniamo abbordati, come all’epoca dei pirati, da una barca di venditori di souvenir. Ammiriamo lo spirito di iniziativa e giochiamo a contrattare per ore sul prezzo, tra chiacchiere. Kretek (sigarette aromatiche ai chiodi di garofanno) e l’immancabile arak.

Dopo cinque giorni e quattro notti di mare aperto e dopo aver costeggiato l’isola di Sumbawa, finalmente attracchiamo a Lombok. Arrivati al porto di Labuhan Lombok affittiamo un bemo che ci porti a Bangsal, da dove partono i traghetti per le isole Gili. Attraversiamo l’isola di Lombok da est a ovest e nel tragitto, che passa per le montagne dell’interno, ci imbattiamo in branchi di scimmie: sul ciglio della strada mendicano biscotti ai turisti e si mettono in posa per le fotografie.

Relax a Gili Meno, paradiso in Indonesia

A Bangsal, dopo il solito assalto di venditori di tutto il vendibile (collane, cappelli, sigarette, passaggi sul carretto e quant’altro), traghettiamo verso Gili Meno, la più piccola e tranquilla delle tre isole di questo piccolo arcipelago che comprende anche Gili Air e Gili Trawangan. Siamo quasi alla fine del nostro lungo viaggio e vogliamo passare una settimana di assoluto riposo. Gili Meno ci offre ciò che cerchiamo: bungalow sul mare, spiagge da sogno, pochi turisti.

Indonesia - Gili Meno

Indonesia - Gili Meno

Il perimetro dell’isola è percorribile a piedi in meno di due ore (per dare una misura delle dimensioni dell’isola), al centro c’è un piccolo villaggio e un lago salato dove nidificano le aquile di mare. Sull’isola i posti per mangiare sono solo due o tre, non c’è corrente elettrica ma solo generatori in funzione dalle sei di sera a mezzanotte, dalla doccia scende acqua salata e sono totalmente assenti i mezzi a motore: tutto ciò ci trasporta in una dimensione a noi quasi sconosciuta, di pace e totale tranquillità.

Sulla spiaggia anziane donne vendono ai pochi turisti la loro antica arte del massaggio, i bambini offrono ananas succosi a poco prezzo, il mare meravigliosi fondali per lo snorkelling, la sera ci si illumina con lampade a gas. Il luogo ideale per tornare a respirare un tempo lento e naturale, assai diverso da quello a cui siamo abituati.

Ubud e il ritorno

Dopo una settimana di questo paradiso ripartiamo verso l’ultima tappa del nostro tragitto in Indonesia. Nuovamente Bali, per una visita alla città di Ubud. Optiamo per una traversata veloce e indolore a bordo di un enorme aliscafo ipertecnologico che ci costa praticamente come la settimana di permanenza a Gili Meno.

Pazienza, ci restano solo due giorni utili prima del ritorno in Europa e il tempo è un bene prezioso. Scesi a Bali rientriamo immediatamente nei ranghi e per risparmiare prendiamo un taxi collettivo alla volta di Kuta. Una sola macchina per sei persone, con annessi bagagli: una specie di sfida all’impenetrabilità dei corpi.

Indonesia - Bali - Ubud

Indonesia - Bali - Ubud

Eccoci di nuovo nella capitale del turismo balinese. Riusciamo miracolosamente a trovare un alloggio piacevole alla vista e al portafoglio: un complesso di bungalow immersi nel verde di un giardino fiorito in piena città. Il giorno seguente è interamente dedicato alla visita di Ubud.

Quello che forse qualche anno fa era un piccolo e caratteristico villaggio dell’entroterra, luogo di arte e cultura, oggi si è trasformato in una specie di supermercato del souvenir. Naturalmente ne approfittiamo, anche se già il viaggio in auto da Kuta è stata una specie di via crucis dell’acquisto: il nostro autista non ha saltato nemmeno una delle fermate nei luoghi deputati al consumo (laboratori di oggetti in argento, in legno, di quadri e batik).

Indonesia - The Monkey Temple - Ubud

Indonesia - The Monkey Temple - Ubud

Ubud ci regala comunque una visita curiosa al parco delle scimmie, una collina fitta di vegetazione sulla quale sorge un tempio hindu completamente colonizzato da centinaia di scimmie decisamente in sovrappeso che tentano di rubarti ogni oggetto reputato commestibile. Nostro malgrado siamo giunti alla ultima cena indonesiana: domani ci aspetta il volo per l’Italia. Nella frenetica notte di Kuta ci gustiamo l’ultimo (finalmente) nasi goreng: riso, verdure, pollo, uova, tutto insieme.

Già siamo sopraffatti dalla nostalgia! Il viaggio di ritorno merita poche parole: taxi per l’aereoporto di Denpasar, aereo per Jakarta, ultimo saluto all’Indonesia, coincidenza per Parigi, altro aereo per l’Italia. Dopo venti ore sospesi per aria la magica Indonesia, l’arcipelago dai mille volti, è solo più nei nostri ricordi.

 

 

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