Verso il Tanganica
Domenica 10 settembre
L
a sveglia per partire è molto presto: verso le 6.30 siamo già in viaggio. Bryson e Hamadi ci devono portare fino a Mwanza e poi ripartire per tornare ad Arusha in giornata. Per loro si tratta di un viaggio di oltre dieci ore su strade difficili e faticose. Dopo pochi minuti di jeep ci appare il lago Vittoria, un vero mare di acqua dolce. Il paesaggio cambia continuamente, restiamo incollati ai finestrini per non perderci nulla. Arrivati a Mwanza prendiamo alloggio in un hotel di buon livello per concederci qualche agio. Ci accomiatiamo da Bryson e Hamadi con vero dispiacere. Sono stati giorni bellissimi e intensi, vissuti fianco a fianco con loro. Bryson è una persona veramente speciale, intelligente, curiosa, spiritosa. Chissà se un giorno riusciremo a reincontrarci.Dopo aver comprato i biglietti del bus per la partenza di domattina alla volta di Tabora lasciamo il 90% dei vestiti alla lavanderia e ci incamminiamo per la città. Mwanza è molto grande rispetto ai villaggi che abbiamo visto fino ad ora (Arusha a parte). Qui i turisti sono veramente pochi, ci stiamo spingendo verso l’ovest della Tanzania, fuori dalle rotte più battute. L’atmosfera ci pare un poco più aspra, meno accogliente, ma probabilmente è solo una nostra senssazione. Arriviamo a piedi fino al porto, fino ad un’ansa dove campeggiano grandi e curiose formazioni rocciose rifugio di decine di grossi ibis. Due ore di cammino sotto il sole cocente ci stordiscono: torniamo all’albergo e ci piazziamo sulla terrazza bar: qualche birra, qualche sigaretta, qualche foto rubata dall’alto. Un po’ di riposo per far arrivare l’ora di cena. Mangiamo in albergo, cucina africana e indiana. Poi ci ritiriamo nei nostri appartamenti.
Lunedì 11 settembre
L
a notte trascorre un po’ agitata. In stanza fa molto caldo, il condizionatore romba come un jet al decollo e dobbiamo spegnerlo, di aprire le finestre non se ne parla: fuori ci sono truppe di zanzare in tenuta d’assalto. Abbiamo la sveglia alle 5.00 a.m. e Sigfrido passa metà della notte sul cesso mentre Valeria si gratta le punture d’insetto e suda nel letto per i crampi allo pancia. Per fortuna nulla di grave, al mattino riusciamo a stare in piedi. Soltanto una cena troppo elaborata per i nostri stomaci abituati da due settimane al cibo sano e genuino. Alle 5.30 siamo pronti per partire, dopo aver rifatto gli zaini per l’ennesima volta. Geko, il tassista amico di Bryson che abbiamo conosciuto ieri ci è venuto a prendere e ci porta alla stazione dei bus: Mohamed Transportation. E’ ancora buio ma la città è già in movimento. Il bus stracolmo parte in orario alle 6.00 a.m. e, tra brevissimi tratti di strada asfaltata e lunghi tratti sulle solite piste polverose di terra rossa in circa sette ore siamo a Tabora, esausti soprattutto per l’orrenda musica che ci hanno propinato a tutto volume e per tutto il viaggio. Durante il tragitto facciamo due soste alla stazione dei bus di due villaggi un poco più grandi di quelli che vediamo scorrere veloci dal finestrino: le stazioni sono il solito delirio di venditori e compratori.Ci viene in mente all’improvviso che oggi è l’ 11/09 e noi siamo gli unici due bianchi a viaggiare su un bus della Mohamed Trans. In un mondo alla rovescia potremmo essere additati come possibili terroristi! Amenità a parte, la gente è invece molto cordiale con noi due Mzungu.
Arriviamo a Tabora giusto per scoprire che il treno per Kigoma che dovevamo prendere non passerà più questa sera ma, probabilmente, domattina verso le sette. Compriamo i biglietti, cambiamo qualche traveller cheques in banca e gironzoliamo un po’ per Tabora che si rivela essere una piccola cittadina molto bella, con un’atmosfera pacata e piacevole. Ci sistemiamo all’Orion Tabora Hotel. Per una cifra ridicola alloggiamo in un posto magnifico: giardini con animali in libertà, hall “esotica”, stanze con patio e letto a baldacchino. Godiamoci il bello, domani si parte di nuovo all’alba e si viaggia in seconda classe su un treno a scartamento ridotto! Sempre che parta, s’intende…
Martedì 12 settembre
F
orse per eccesso di precisione e previdenza ci svegliamo alle sei del mattino, riempiamo gli zaini, facciamo colazione e ci incamminiamo a piedi verso la stazione. Il treno, dicono, dovrebbe arrivare e partire verso le 7.30. Speriamo. Incontriamo mescolato alla folla variopinta un altro Mzungu: Marcos, dall’Argentina. Facciamo conoscenza e una seconda colazione insieme e alle otto saliamo sul treno, che nel frattempo è arrivato. La stazione è affollatissima di gente, colori, odori, mercanti, mendicanti, vecchi, bambini. Il treno non ne vuole sapere di partire e decide di muoversi solo verso le 10.30. Dobbiamo percorrere circa 350 km e ci metteremo più o meno dodici ore, arrivando a Kigoma a questo punto verso le dieci di sera. Un viaggio interminabile ma bellissimo. Il paesaggio che vediamo dai finestrini è come un film che non ci si stanca mai di guardare. Passiamo molto tempo a scambiare parole con Marcos: lui viaggia da solo già da molti mesi per tutta l’Africa. Passa da un paese all’altro per visitare i campi profughi. E’ laureato in diritto internazionale e ha scelto di lasciare il lavoro per conoscere di persona la realtà. E’ un ragazzo allegro, intelligente, curioso, coraggioso. La giornata trascorre tra chiacchiere, pranzo, conoscenze e amicizie varie con i compagni di viaggio che pare essere senza fine. Arriviamo finalmente a Kigoma, sulle rive del lago Tanganica, alle dieci di sera: siamo stanchi, sporchi e la giornata non è ancora finita. Prendiamo un taxi insieme a Marcos e ci facciamo lasciare alla pensione che abbiamo scelto sulla guida. Lui prosegue per un'altra guest house e ci salutiamo con la promessa di rivederci l’indomani. Entriamo fiduciosi: peccato che il tizio alla reception ci accoglie con un irremovibile: “no room, full booking…”. E adesso? E’ buio, sono due giorni che non ci laviamo, Kigoma è grossa come un lavandino e pare che tutto sia anche altrove. Come può essere? Pare che da domani e per tre giorni si terrà proprio qui una conferenza nazionale sull’acqua, con ministri vari. Perfetto. Tentiamo di telefonare ad altri hotel con esito negativo. Con un colpo da maestro Sigfrido decide di restare incollato al nostro uomo: alternando pianto greco e promesse di mancia chiediamo di trovarci una soluzione di fortuna in qualsiasi modo, tanto siamo muniti di sacco a pelo e zanzariera. Anche un pavimento ci va bene. Otteniamo un rifugio per la notte: ci sistemano nella casetta/magazzino accanto alla pensione, dormitorio degli operai che la stanno ristrutturando. Sacco e zanzariera si rivelano molto utili: le lenzuola sono inquietanti e la stanza è un covo di mosquitos; Il bagno è al fondo del garage: non potersi fare la doccia è un duro colpo, non ci resta che rifugiarci nel sonno. Domani qualcosa accadrà.Mercoledì 13 settembre
C
i svegliamo acciaccati ma comunque pronti ad affrontare il nuovo giorno. Ci alziamo e tentiamo di uscire dalla stanza per andare al gabinetto ma…uno degli operai (ignaro della nostra presenza) ci ha chiusi dentro! Questo ci sembra troppo, dobbiamo anche pisciarci nei pantaloni? Quando riusciremo ad uscire da qui? Presi da un attacco di semi isteria cerchiamo di sfondare la porta, facendo un tale rumore che per fortuna qualcuno ci sente e ci libera. Dio, o Allah, sia lodato. Il nostro amico della reception ci porta due secchi d’acqua per lavarci, sempre nel garage naturalmente; Non osiamo tanto e ci sciacquiamo giusto la faccia. Dopo colazione andiamo in giro per Kigoma per cercare di capire se, come da nostro progetto, possiamo raggiungere il Mahale National Park o se dobbiamo rinunciare. Bastano pochi scambi di informazioni per capire che ci dobbiamo rassegnare. Il Mahale N.P. è fuori dalla nostra portata: o servono molti soldi per raggiungerlo con i voli charter o serve molto tempo per aspettare l’unica nave che passa una volta a settimana sul lago Tanganica e si ferma a Kigoma. Noi non abbiamo né gli uni né l’altro. Un po’ avviliti, cerchiamo a questo punto il modo per lasciare Kigoma. All’ufficio della Precision Air ci liquidano con un altro “full booking” fino al 20 di settembre, alla stazione dei treni ci dicono lo stesso, ma fino addirittura al 24. Siamo bloccati sul lago Tanganica. Ricordo che non ci laviamo da giorni. La nostra sopportazione sta raggiungendo un punto critico. Che fare? La guida suggerisce di raggiungere l’unico hotel a 4 stelle sulla collina: lì si possono trovare passaggi su charter privati se si ha fortuna. Così facciamo: siamo ricevuti da un gentilissimo e professionale direttore indiano che in poco tempo ci trova due biglietti aerei della Precision Air facendo semplicemente una telefonata e spacciandoci come clienti del suo lussuoso hotel. Tutto il mondo è paese. Per ricambiare la cortesia decidiamo di investire qualche soldo e offrirci realmente come ospiti per una notte: l’hotel è caro ma ci sembra il minimo. Presa la decisione già ci immaginiamo finalmente sotto la doccia di uno dei bungalow super lusso con giardino e vista sul lago, o a nuotare nella bella piscina all’aperto all’ombra degli alberi. Destino beffardo: il direttore accetta ma l’hotel è al completo (e ti pareva), come tutti in città. Accettiamo la sua offerta alternativa: una stanza in un edificio fuori dal cancello dell’hotel, dove di solito dorme lo staff. Va bene; Bagni in comune ma almeno potremo lavarci, urge, necessita, è impellente! Ci sistemiamo nella stanza spoglia e…incredibile, dai tubi della doccia comune non esce nulla. Chiediamo aiuto, aspettiamo. Alle 17.30 ancora non è successo nulla. Oramai emaniamo l’odore di una discarica abusiva. Abbiamo appuntamento con Marcos giù in città, dobbiamo andare. La doccia continua a restare un miraggio. Scendiamo dalla collina e ci andiamo a bere una birra godendoci il tramonto sulla spiaggia in riva al lago Tanganica con il nostro amico argentino. Anche lui ieri sera ha duramente faticato a trovare da dormire ed è finito in una topaia tipo la nostra dopo aver rischiato la rissa con il taxista troppo esoso. Decidiamo di mangiare insieme la cena e finiamo per caso in un bellissimo bar ristorante locale con un giardino pieno di gente ai tavoli improvvisati. Nel giardino ci sono tanti piccoli chioschi dove è possibile ordinare e farsi cucinare da mangiare, il bar fornisce le bevande. Sigfrido e Marcos si fanno preparare mezzo chilo di carne di capra che è appesa ad un gancio ricoperta di mosche ma che pare succulenta dopo essere stata arrostita. Io mi faccio preparare una frittata con le patate. La cena è buonissima, facciamo lunghe chiacchiere con persone che conosciamo sul momento. Una bella serata. Verso mezzanotte torniamo all’hotel sulla collina, sempre nel miraggio di una doccia. Illusi. Dai tubi continua a non uscire nulla. Sigfrido questa volta si arrende, esausto (o forse ammorbato dal suo stesso olezzo mentre Valeria opta per l’attacco frontale. Attraversiamo il cortile e assaliamo il portiere di notte con fare determinato e tono alterato: “no water in our room! Please, help us!” Il portiere si scusa e dopo dieci minuti un cameriere mortificato ci corre incontro…con due bottigliette da mezzo litro di acqua minerale. Decisamente non ci siamo capiti. Poi la sentenza: “ ah, l’acqua per la doccia intendevate…no, dove dormite voi non c’è”. Attimo di panico. Poi la necessità aguzza l’ingegno. Chiediamo furbescamente: “Avete la piscina, vero? Perfetto, noi andiamo a fare un bagno e a lavarci nelle docce della piscina. Grazie. Arrivederci.”. I camerieri stupiti non osano protestare. Dieci minuti dopo attraversiamo la hall muniti di asciugamano, sapone, ciabatte. Passiamo attraverso il giardino ed entriamo in piscina. Una delle più belle docce a memoria d’uomo!Giovedì 14 settembre
O
ggi sarà una semplice giornata di spostamento, senza particolari degni di nota. Dobbiamo attendere metà giornata prima della partenza del nostro volo. Dopo un veloce giro in città passiamo il resto delle ore ai bordi della piscina, in relax completo. Alle tre del pomeriggio chiamiamo un taxi e raggiungiamo il piccolissimo aeroporto di Kigoma;: voliamo verso Dar es Salaam. Arriviamo che oramai è buio, facciamo ancora in tempo a comprare i biglietti per il giorno seguente destinazione Zanzibar. Troviamo alloggiamo in una pensione in città decisamente di scarsa qualità. Un boccone subito fuori dalla pensione, quattro chiacchiere con un gatto petulante e sporco come una marmitta e poi buonanotte a questo mondo e a quell’altro.>>> continua

