Kilimanjaro! (Parte II) - La vetta e il ritorno
Venerdi 1 settembre (notte) – Sabato 2 settembre
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ay 4/5 - Kibo Hut (4750 mt) – Gilman’s Point (5710) – Uhuru Peak (5895 mt) – Kibo Hut (4750 mt) – Horombo Camp (3700 mt)
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i alziamo nella notte profonda, beviamo un tè bollente, ci copriamo con tutto quello che abbiamo e poi, pile accese sulla fronte per avere libere le mani, partiamo. L’atmosfera è surreale. La pianura sotto di noi è un’ombra scura e la montagna incombe di fronte a noi come un colosso. Gabriel, Valeria Sigfrido, l’aiuto guida: procediamo in fila indiana a passo lentissimo. Non possiamo fare di più: l’ossigeno è estremamente rarefatto e ad ogni respiro l’aria gelida ghiaccia i polmoni. Il terreno è difficile e faticoso, fatto di sabbia fine e pietra lavica. Spesso si fa un passo avanti e si scivola verso valle. Ascendiamo inizialmente in linea retta e da un certo punto in poi in un all’apparenza infinito zigzag tra le rocce. Dal cielo le stelle e la luna ci regalano una debole luce. Poco dopo di noi sono partiti altri piccoli gruppi. Il maestoso vulcano avvolto dalle tenebre è ora punteggiato da tante piccole luci, un serpente di puntini luminosi, Alzando ogni tanto lo sguardo percepiamo a stento il profilo scuro della montagna nel punto dove si incontra con il cielo. Camminiamo in un profondo silenzio, fuori e dentro di noi.Il tempo comincia a trascorre ad un ritmo diverso e ignoto: non sappiamo più dire da quanto siamo partiti. Continuiamo a procedere in fila indiana, muti, passo dopo passo, con il respiro corto e il gelo che trapassa i vestiti. Ogni ora circa ci fermiamo per una pausa di pochi minuti per bere un sorso d’acqua e provare a mangiare un pezzo di frutta secca o di cioccolata. Le bottiglie negli zaini si sono congelate e noi insieme a loro. Alle quattro del mattino, ancora avvolti dalle tenebre, arriviamo inaspettatamente a Gillman’s Point (5681 mt): credevamo di essere ancora distanti. Possiamo fermarci solamente qualche istante perché la vetta è ancora distante e ci manca lo strappo finale. Per raggiungere il punto più alto dell’Africa: Camminiamo nel buio totale sulle pendici del vulcano e sul crinale del cratere e della sua bocca ora spenta, profonda e silente: siamo pervasi da un’aura magica, mitica e terrifica al contempo. Giungiamo ad Uhuru Peak, 5895 metri sul livello del mare: sono le 5.30 del mattino del 2 settembre 2006. Siamo molto affaticati, gli ultimi metri sul terreno ghiacciato ci hanno tolto le forze.
Ma sta sorgendo l’alba e una sottile linea rossa e gialla incendia l’orizzonte, che qui abbraccia l’intera curvatura terrestre. Possiamo osservare la linea di confine tra terra e cielo a 360°: sotto di noi un mare di nuvole, di fronte il giorno nascente, alle nostre spalle la notte gelida e scura.
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estiamo ad ammirare solo pochi minuti, attardarsi è pericoloso per il misto di altitudine elevata e temperature intorno ai 20° sotto lo zero. Cominciamo la discesa e l’alba ci accompagna con le sue evoluzioni di luci e colori in divenire. Finalmente possiamo vedere ciò che abbiamo solo immaginato durante questa lunga notte di tenebre. Alla nostra sinistra la profonda e vasta pianura del cratere di sabbia fine e formazioni rocciose che paiono sculture, alla nostra destra le ultime vestigia del ghiacciaio che un tempo ricopriva, insieme alle nevi perenni, gran parte della cima del Kilimanjaro. La luce dell’alba lo attraversa accendendolo di incredibili riflessi di luce. Tutto intorno a noi l’Africa, immensa, bellissima.Rischiando il congelamento delle mani Sigfrido cerca di fare qualche fotografia. Primo scatto e…finisce il rullino. Nooooaaahhhhh. L’operazione sostituzione pellicola senza guanti ad oltre 5000 metri è un atto di puro coraggio. Le dita si attaccano al metallo della macchina fotografica come la lingua al cubetto di ghiaccio. Appena il sole sorge completamente la temperatura si alza di qualche grado e recuperiamo immediatamente un po’ di tono. La discesa è decisamente più agevole dell’ascesa, contrariamente a quanto spesso capita in montagna: da Gillman’s Point a Kibo Hut possiamo correre a rotta di collo sulle lunghe e ripide lingue di sabbia e ghiaia. Ginocchia permettendo.
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ono le sette del mattino, ci fermiamo un istante a metà discesa: il sole ora è accecante e proviamo una sensazione di totale straniamento, come sotto l’effetto di una droga potente. La notte senza dormire, l’altitudine, il freddo sovrumano e ora il sole bruciante: le orecchie cominciano a ronzare, mani e piedi sembrano muoversi al rallentatore, i suoni giungono ovattati e pare che la voce propria e altrui arrivi come una strana eco lontana. Il tempo non si è solo fermato ma si è arrotolato su se stesso e si è confuso. Che ore sono, stiamo ancora dormendo forse, stiamo sognando, non siamo ancora saliti. Forse siamo sempre stati qui, dalla notte dei tempi. Mai provata prima d’ora una simile sensazione.Arriviamo alle nostre tende alle otto del mattino ma senza percezione alcuna dell’ora reale. Beviamo un tè e ci riposiamo fino alle 11.00 circa. Ce l’abbiamo fatta. Ce ne rendiamo conto, ma dobbiamo ripartire. Ci aspetta un cammino di circa quattro ore per raggiungere il campo successivo sulla via del ritorno, Horombo Camp.
La prima parte della discesa è facile, siamo ancora adrenalinici per la vetta conquistata. Lentamente ci allontaniamo dalle cime del Kilimanjaro e del Mawenzi che ci congedano con la loro immensa bellezza. L’ultima ora di sentiero sembra non finire mai, arriviamo al campo distrutti, per non entrare nel dettaglio dei piedi di Valeria, oramai inutilizzabili. Camminiamo da oltre tredici ore, impossibile pretendere di meglio.
Ci accasciamo davanti alla nostra tenda, il Simba cuoco ci rifocilla con la solita ottima cena. Quando scende il sole arriva nuovamente il freddo: siamo scesi di quota ma in fondo siamo ancora a 3700 metri. Alle 19.30 siamo già chiusi nei sacchi a pelo a dormire. Esausti. Felici. Domani ci si sveglia alle 6.00 a.m. Va tutto bene.
Domenica 3 settembre
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ay 6 – Horombo Camp (3700 mt) – Marangu Gate (1900 mt)“Frugale” colazione come sempre, distribuzione delle mance al fantastico Simba Team e poi partiamo per l’ultima tappa del trek: ci aspettano 19 chilometri circa, in discesa per giunta. Che per chi non sapesse nulla di montagna spacca le gambe decisamente più che la salita. I piedi di Valeria entrano in sciopero dopo i primi 5/6 Km. Decisione immediata e irrevocabile: via lo scarpone sinistro che oramai morde le dita dei piedi come un dobermann e affrontare il resto del sentiero con una scarpa sì e una no. Quindici chilometri di simpatico claudicamento, per fortuna il terreno è accettabile e non presenta troppe asperità. Le cinque ore di strada che percorriamo si snodano, dopo il primo breve tratto, in gran parte attraverso una foresta magica, umida e ombrosa, tra fiori, scimmie e corsi d’acqua. Le ultime centinaia di metri paiono senza fine ma la fine arriva: Marangu Gate si palesa come un miraggio. Affrontiamo felici l’attesa per ottenere il nostro sudato certificato che sancisce la conquista della vetta più alta dell’Africa.
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l Simba Team ci accoglie con un applauso, con dedica speciale a Valeria che ha uno scarpone legato al collo e una calza munita di zoccolo di fango di molti centimetri. Concludiamo festeggiando tutti assieme con la prima e agognata birra dopo un’ intera settimana.Loth e Praygod sono venuti a prenderci: salutiamo i due ragazzi del team che si fermano qui e partiamo alla volta di Arusha: ci stipiamo nella jeep in dieci persone più i bagagli, più abili che Houdini. All’arrivo facciamo una tappa all’ufficio del Maasai Expedition per concludere l’organizzazione e il pagamento del safari dei prossimi giorni. Salutiamo il resto dei ragazzi e torniamo all’albergo del nostro primo giorno. Finalmente ci facciamo una doccia: la prima dopo molti giorni. Usciamo per farci un’altra birra e per cenare;. Andiamo a dormire molto presto, come ovvio, molto soddisfatti naturalmente!
>>> continua



