Kilimanjaro (Parte 1) - L'avvicinamento


Martedì 29 agosto

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ay 1 – Rongai (1800 mt) – Simba Camp (2700 mt)
Prima sveglia all’alba di una lunga serie: siamo in piedi alle sei, prepariamo le ultime cose, facciamo colazione e alle sette la nostra squadra ci viene a prendere. Stipata nella jeep c’è una moltitudine di persone: tre portatori, il cuoco, l’aiuto, la guida, Praygod e Bryson, l’autista. Oltre naturalmente a sacchi, ceste, tende, provviste, taniche. Incastriamo i nostri zaini e noi stessi e partiamo: lasciamo Arusha, attraversiamo Moshi e arriviamo a Marangu. Qui prima tappa per pagare i permessi per i parco e fare le ultime spese. Da qui proseguiremo per Rongai, da dove abbiamo deciso di partire per il trekking (la via da Marangu è troppo affollata). Ci vogliono due ore di jeep su strada sterrata per raggiungere il campo base. Attraversiamo una moltitudine di villaggi affollati fatti di case di legno completamente ricoperte di polvere e terra rossa. Lungo la strada decine e decine di bambini di tutte le età, fuori e dentro le scuole, uomini e donne a piedi e in bicicletta carichi di fascine di mais o di enormi caschi di banane sulla testa, diretti probabilmente verso i mercati.
Arriviamo all’entrata del parco: il cuoco ci fa consumare una piccola colazione e poi si parte. Al nostro gruppo si sono aggiunti altri due portatori. Siamo una piccola squadra: come dice Gabriel, la nostra guida, siamo l’imbattibile Simba Team! Camminiamo per tre ore circa attraversando campi di mais oramai secco infestati da branchi di babbuini che ci tagliano la strada tra il furto di una pannocchia e l’altra. Dopo pochi chilometri il sentiero si addentra nella foresta fitta e ombrosa e sopra le nostre teste saltellano bellissime scimmie bianche e nere dalla lunga e folta coda. Camminando camminando lasciamo la foresta e proseguiamo attorniati da una strana vegetazione di aghifoglie di vario tipo. Grossi corvi ci volteggiano intorno gracchiando: non vuol dire nulla, non scherziamo! Non siamo ancora morti! Nel tardo pomeriggio arriviamo al nostro primo campo: si montano le tende, ci servono tè, biscotti e popcorn dolci.
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sploriamo un po’ i dintorni aspettando la cena e patendo il primo freddo. E’ un po’ nuvolo e la vetta della montagna non si vede, ma guardando verso il basso, dai nostri primi 2700 metri possiamo ammirare le sterminate pianure dell’Africa.
Dunque, parliamo dalla cena Ci stavamo comodamente apparecchiando il nostro tavolino davanti alla tenda quando vediamo sopraggiungere un secondo gruppo trek: team di portatori e guida e al seguito tre americani. Cominciano a montare il loro campo e… attenzione! Hanno una grossa tenda dedicata per mangiare al coperto. Gabriel, la nostra guida, lancia un rapido sguardo e decide che il nostro gruppo non può essere da meno. In cinque minuti fa svuotare la tenda dei nostri portatori e ci fa trasferire all’interno tavolino e sgabelli. Cerchiamo di protestare cordialmente spiegando che non ci importa nulla di mangiare al coperto, anzi, preferiamo l’aria aperta, che così i ragazzi devono montare e smontare tutto per due volte, soprattutto che la tenda non è adatta, e troppo piccola per starci dentro seduti. Niente, Gabriel è irremovibile. La reputazione innanzi tutto! Pazienza. Ci pieghiamo a novanta gradi e ci sediamo al tavolo dentro la tendina, con un principio di scoliosi. E poi, che dire? Ci hanno pure messo le candele sul microtavolo e la cena che ci servono è magnifica per qualità e quantità: un’ottima zuppa di cetrioli, pesce fritto, stufato di verdure, crocchette di patate, banane e avocado e per finire tè e caffè a volontà. A fine abbuffata rotoliamo fuori dalla “sala da pranzo” per fumare una sigaretta digestiva.
Il cielo è diventato terso e sulla nostra testa compare una volta celeste blu notte illuminata da una scintillante mezzaluna e puntinata di stelle pulsanti e silenziose. Sarà un cammino bellissimo.

Mercoledì 30 agosto

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ay 2 – Second Cave – Kikeleva (3700 mt)
Ci svegliamo presto al mattino e usciamo dai nostri sacchi a pelo per la colazione: salsicce, uova, pane tostato, miele, frutta, tè…sicuramente l’energia non ci mancherà.
La truppa smonta il campo e alle otto siamo in cammino. Noi e Gabriel procediamo più lentamente rispetto a cuoco e portatori che ci sorpassano con fare deciso per andare a montare il secondo campo. Dopo tre ore di marcia su crinali coperti oramai solo da bassa vegetazione, ci fermiamo a SecondCave per consumare il pranzo al sacco. Mezz’ora di pausa e si riparte. I piedi cominciano a soffrire e ci fermiamo una o due volte durante il tragitto. Il paesaggio è bellissimo e Gabriel risponde a tutte le nostre domande su animali, piante, sentieri, cime sullo sfondo.
In altre tre ore giungiano al campo. Sono circa le tre del pomeriggio. Ci viene servita la solita ricca e rifocillante merenda, sistemiamo la nostra tenda con il necessario per la notte. Nel frattempo sta salendo dal fondovalle una nebbia fittissima, o forse nuvole. Fa molto freddo. Aspettiamo fiduciosi e congelati la cena, che dopo poco ci viene servita in proporzioni a dir poco mostruose: crema di verdure, riso con piselli, pollo al sugo, uova cotte in pastella, fagiolini, frutta. Esagerati! Ci sentiamo oche all’ingrasso, ma spazzoliamo quasi tutto. Poi le solite operazioni prima di dormire, che qui sono decisamente complicate. Un semplice passaggio alle lontane latrine richiede pila, ricerca fazzoletti nello zaino, calata di sette strati di vestiti e ritorno. Il lavaggio denti è una specie di equilibrismo: fuori dalla tenda armati sempre di pile, bottiglia dì acqua, spazzolini e dentifricio: il tutto in piedi, al gelo e con i guanti da mettere e togliere. La vita selvaggia.
Ci rifugiamo in tenda: anche questa operazione disagevole: una volta tolti gli scarponi e gli indumenti più ingombranti ci rifugiamo nei sacchi a pelo. Ma…amara sorpresa. La tenda è stata montata su un terreno dalla pendenza sinistra: nel giro di qualche minuto finiamo ammucchiati sul fondo. Decidiamo di arrenderci all’evidenza, puntelliamo con i piedi e cerchiamo di passare la nottata. Speriamo non ci scappi di nuovo la pipì.
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Giovedì 31 agosto

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ay 3 - Kikeleva (3700 mt) – Tarn Hut – Mawenzi (4200 mt)
All’alba rotoliamo fuori dalla tenda, facciamo colazione e riusciamo persino ad usufruire entrambe e “solidamente” delle latrine del campo. Decisamente l’Africa d’alta quota ci fa bene alla salute! Dopodichè si parte. Camminiamo per circa quattro ore in uno splendido paesaggio di roccia, strane piante che sembrano preistoriche. Alle nostre spalle le pianure sottostanti si allargano sempre di più allo sguardo. Verso l’una e trenta arriviamo al terzo campo e alle quindici ci servono il pranzo: accettiamo ma chiediamo per pietà di saltare la cena in favore di tè caldo e biscotti.
IMG_6127_smallPhoto courtesy of Phyllis Heydt

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l campo è collocato in un avvallamento ai piedi del bellissimo massiccio del Mawenzi (5200 mt) che si erge sopra di noi come un gigante. Poco distante un piccolo e mesto lago che ci farà da rifornimento d’acqua per la prossima tappa. Il sole tramonta e veniamo avvolti dalle solite nuvole dense e dal freddo pungente. La landa desolata è battuta da giganteschi corvi. Siamo vestiti a sufficienza, sembriamo Fogar e Armaduk e ci sentiamo bene, per ora. Nessun mal di testa né perdita di appetito. Solo una inquietante e fastidiosa meteorismoaerofagia. Per fortuna siamo una coppia di lunga data, sconsigliamo il trek sul Kilimanjaro a coppie recenti. A meno che non vogliano subito affrontare la prova del fuoco e togliersi ogni dubbio sull’amore e sulla reciproca attrazione e affezione. Qui veramente messa a dura prova. Parola di Armaduk.

Venerdì 1 settembre

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ay 4 - Tarn Hut (4200 mt) – Kibo Hut (4750 mt)
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ome sempre al mattino si smonta il campo, colazione e si parte: ancora cuoco e portatori in avanscoperta con tutta l’attrezzatura e noi e Gabriel a seguire con passo più lento. Oggi dobbiamo raggiungere il campo quattro, la base per l’ascesa alla vetta. Oggi entreremo nel vero e proprio regno delle aquile, respirando aria rarefatta e gelida, sopra le ultime nuvole.
Partiamo da una altezza di 4200 metri e durante il tragitto il paesaggio attorno a noi si fa desertico. Solo rocce, terra rossa, pietrisco, strani fiori in bassi cespugli e piccole piante semigrasse. L’avvicinamento al Kibo Hut è lungo e faticoso. Procediamo alla velocità del bradipo, il respiro si fa più corto, le gambe pesano come fossero di cemento. Ma l’irrealtà della natura che ci circonda ci fa superare tutto: il cielo ha un colore blu intenso e cristallino, la pianura d’alta quota sembra un deserto lunare, il Mawenzi dietro alle nostre spalle ci sovrasta maestoso e di fronte a noi il Kilimanjaro ci osserva in silenzio, immoto e vivo al contempo. Una meravigliosa magia.
Passo dopo passo, respiro dopo respiro, giungiamo a Kibo Hut, molto affollato rispeto ai nostri precedenti campi: qui si uniscono molte vie di ascesa oltre alla Rongai Route.. Il nostro super Simba Team ha già naturalmente montato il campo e vuole assolutamente farci ingollare un pasto trimalcionico. Questa ci rifiutiamo di mangiare, pur apprezzando. Dateci solo un tè caldo, per pietà! La prima parte della giornata è stata molto faticosa e questa notte ci aspetta la tratta più dura. Ci sentiamo in forma, ma stiamo ancora digerendo il pranzo al sacco di un’ora fa. Giungiamo ad un accordo: ingolliamo solamente la zuppa di verdure oltre al tè, anche se purtroppo ci rinchiudono nuovamente nella canadese dei portatori adattata a sala mensa. Sigfrido striscia imprecando dentro e fuori più volte per cercare di evitare il colpo della strega, il che non è così agevole perché comporta mettersi e togliersi ogni volta gli scarponi. Valeria, più zen per ora, recita un mantra e pratica la respirazione yoga.
Verso le sei di pomeriggio ci infiliamo nella nostra tenda per cercare di dormire qualche ora: alle 23.30 suonerà la sveglia per partire verso la cima. Ci buttiamo nei sacchi già mezzi vestiti, il freddo è veramente intenso e, non si sa come, riusciamo pure ad addormentarci.

>>> continua