Due Sogni in Tre Giorni
Giovedì 7 settembre
S
eduti come sempre con Bryson al tavolo, facciamo la solita ricca colazione e decidiamo nel mentre il programma della giornata. Oggi partiremo un po’ più tardi per essere al parco di Ngorongoro verso l’ora di pranzo. Rientriamo in stanza per preparare i bagagli: sembra una serra. Ieri abbiamo lavato nel micro lavandino del bagno tutto il lavabile e ora i panni stesi hanno alzato una fitta nebbia. Ritiriamo i vestiti ancora umidi negli zaini impolverati mentre Bryson e Hamadi caricano il resto. Si parte. Lungo la strada che si arrampica su per la Rift Valley ci fermiamo ad uno Mzungu Shop (per inciso, gli Mzungu siamo noi bianchi. La traduzione esatta della parola ha diverse versioni, alcune irripetibili…). Scatta l’acquisto dei primi souvenirs, dopo la dura contrattazione da copione. Strappiamo un prezzo ragionevole, prezzo da Mzungu si intende! Si riparte.Dopo un altro bel tratto di strada arriviamo all’ingresso del parco decisamente emozionati: la scritta dice proprio Ngoro Ngoro National Park. Un sogno si sta per realizzare. Dopo una breve sosta per le pratiche d’ingresso e il pagamento del pedaggio la jeep prosegue saltellando sulla strada rossa e sterrata che si inerpica sul bordo esterno del cratere tra una vegetazione lussureggiante. Il cielo è grigio e pieno di nuvole ma Bryson ci rassicura: Ngoro Ngoro è come un mondo a parte, laggiù ci sarà il sole. Arrivati alla sommità ci fermiamo ad un view point che ci mozza il fiato: laggiù, duecento metri circa sotto di noi, in una pianura sterminata si intuiscono piste, steppe, laghi, numerosi branchi di animali. Il cratere ha un diametro di circa diciotto chilometri: un immenso bacino brulicante di vita. L’alba del mondo ci aspetta.
A
rriviamo al campsite che è invaso da zebre e mucche maasai: nei parchi i campsite non sono recintati, sono semplicemente aree adibite al campeggio, con una zona comune dove cucinare e mangiare e delle latrine. Montiamo la tenda e, dopo aver preso il pranzo al sacco, partiamo alla volta del cratere. Lungo la strada i maasai pascolano le loro strane mucche con la gobba e lunghe corna: sono macchie rosse e viola in campo ocra. Un tale orgasmo per gli occhi che contempliamo senza fotografare. E al check point ci facciamo fregare 10.000 scellini tanzaniani per una fotografia ad un gruppo di Maasai appostato all’uopo. Decisamente molto furbi. Loro naturalmente. Pazienza, mzungu mistake!Bryson passa alle marce ridotte: la strada per scendere sul fondo è decisamente ripida.
I
n breve tempo arriviamo sul fondo del cratere. Qui la visione reale supera ogni fantasia: la vita selvaggia animale è incalcolabile per numero e varietà, almeno alla percezione del nostro sguardo. Centinaia di zebre e gnu ci accolgono appena imboccata la prima pista sabbiosa. Consumiamo in jeep il contenuto del nostro lunch box osservati da migliaia di occhi erbivori. E poi partiamo davvero: per circa cinque ore attraversiamo in lungo e in largo la pianura vulcanica di Ngoro Ngoro: ancora zebre e gnu, poi impala, gazzelle di thomson, facoceri, iene, elefanti, fenicotteri, struzzi, leonesse, e anche i rarissimi rinoceronti (anche se molto in lontananza). Poi, sperato ma inaspettato, ecco il ghepardo. In mezzo all’erba bruciata dal sole ecco che spunta, sonnacchioso, con la sua caratteristica piccola testa e il corpo snello e flessuoso. Che tensione emotiva vederlo davvero, libero, reale, vicino. Verso la fine del giro, mentre stiamo per avviarci verso la strada d’uscita, quasi per caso si palesa ai nostri occhi il simba man, il re della foresta: un imponente leone maschio ci cammina incontro per un bel tratto. Restiamo come ipnotizzati. Poi si siede. Noi anche. Siamo stati veramente fortunati ad incontrarlo, dice Bryson. Ne siamo convinti anche noi.La risalita della parete del cratere è ardua anche con una jeep a marce ridotte: ci lasciamo alle spalle uno dei luoghi più belli del mondo. Ce ne allontaniamo con nostalgia immediata.
Tornati al campo incontriamo un folto gruppo di italiani di Avventure nel Mondo, che non ci paiono poi così avventurosi visto che si stanno preparando da soli spaghetti De Cecco al Tonno Rio Mare (invece che dare qualche soldo ad un ragazzo tanzaniano che cucina cibo locale, per inciso). Mah…Brusco rientro tra il genere umano.
Per fortuna scambiamo quattro chiacchiere con una coppia di ragazzi spagnoli molto simpatici : Berta e Santiago. Dividiamo una birra con loro in attesa della cena. Una luna quasi piena illumina il cratere, laggiù. Poi comincia a salire una fitta nebbia. Il freddo si fa pungente. Alle 8.30 siamo già chiusi in tenda.
Venerdì 8 settembre
C
i svegliamo ancora immersi nella nebbia e nell’aria gelida. Smontiamo le tende e dopo colazione ci rimettiamo in marcia, destinazione Serengeti. Un altro grande sogno si sta per realizzare. Strade sempre sterrate, testa fuori dalla jeep, cuore che batte a mille. Solita tappa all’ingresso del parco, fotografia di rito al gate e siamo dentro. Viaggiamo per un’ora scarsa per raggiungere il campsite che ci farà da base. Sulla strada le oramai solite ma sempre bellissime gazzelle, gli impala e una leonessa solitaria con radio collare che sfugge alla foto. Pazienza. Arriviamo al Dik Dik Camp Site, un vero basic camp site: niente acqua, niente elettricità, nessuna recinzione per la notte. Perfetto per noi. Giusto il tempo di scaricare la jeep e partiamo immediatamente per le prime ore nell’immenso parco del Serengeti, grande per intenderci come il Piemonte. Noi gireremo in lungo e in largo l’area di Seronera. Percorriamo le piste che attraversano l’area in tutte le direzioni. Per oltre cinque ore ci perdiamo tra sottili strisce tracciate tra immense distese che si estendono a perdita d3occhio. La savana è bellissima: un mare giallo oro di lunghi e sottili fili d’erba attraversati dal vento dal quale spuntano le acacie contorte con la chioma ad ombrello e i giganteschi baobab. Una sottile polvere copre tutto, noi compresi. L’aria è calda, si possono percepire i profumi e i forti odori della natura. Il Serengeti è ancora diverso dagli altri parchi che abbiamo visitato. Qui si possono percorrere molti chilometri senza vedere nessun animale data la vastità dell’area, e questo rende gli incontri con loro, gli avvistamenti, ancora più emozionanti se possibile. Nel lungo tragitto incontriamo piccole scimmie, babbuini, facoceri, iene, ippopotami, elefanti, zebre, gnu, gazzelle di tutti i tipi, giraffe, leoni, uccelli di tutti i tipi possibili, struzzi. Poi Bryson, collegato via radio con le altre guide nel parco, riceve una segnalazione e ci dirigiamo in una particolare zona: con fortuna inaspettata riusciamo a vedere, comodamente sdraiato su un alto ramo d’acacia, un bellissimo esemplare di leopardo. Grande fortuna davvero: sono animali notturni e l’avvistamento è molto raro.Rientriamo al campsite nel tardo pomeriggio, ci “laviamo” con le salviette, Bryson ci procura una birra a prezzo accettabile. Ci sembra di non poter desiderare nulla di più da questa giornata. La natura invece ci regala un’ultima meraviglia: scende la notte e nel cielo sorge la luna piena. Il Serengeti si accende d’argento, la savana danza sull’onda di un vento sottile. Alla luce di una lampada a petrolio consumiamo la cenda davanti alla tenda. Prima di andare a dormire facciamo un’ultima tappa alle latrine: meglio evitare di uscire durante la notte. Qui gli animali sono padroni, noi gli ospiti. Illuminiamo infatti con la pila un jackal (una specie di coyote per intenderci) che si aggira nel campo. Ci chiudiamo in tenda e ascoltiamo il suono della notte africana: una iena se la ride vicino alla nostra tenda mentre poco distante dormono i leoni. Good night Serengeti
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Sabato 9 settembre
C
i svegliamo molto presto per poterci godere ancora mezza giornata immersi nella natura selvaggia. La luce delle prime ore del mattino trasforma il Serengeti in una terra nuova e straniera: il giro di oggi ci sembra un’avventura completamente diversa rispetto a ieri. Oltre a reincontrare tutti gli animali di ieri ed altri ancora la fortuna ci regala un nuovo faccia a faccia con i leopardi: uno che fugge veloce appena arriviamo dal ramo di un albero e si perde nell’erba alta della savana e un secondo che invece possiamo osservare veramente da vicino, mollemente sdraiato tra l’erba. Percorriamo le piste in ogni direzione possibile, respirando l’aria ventosa, polverosa e calda di quest’alba del mondo e ci riempiamo gli occhi di cieli e orizzonti infiniti. Torniamo alla base con, impressi nel ricordo, centinaia, migliaia di animali in transito in questa magnifica terra, la loro terra, nella quale in certi momenti ci sentiamo degli intrusi.Al pomeriggio partiamo, destinazione Mwanza e attraversiamo una parte del parco molto meno frequentata dai turisti. Più di tre ore di strada infame, tempestata di buche e dossi, vissuta tutta in piedi sui sedili con la testa fuori dal tetto della jeep: respirando l’aria bollente, cacciando le mosche tze tze, ubriacandosi di natura in mutamento e immobile al contempo, di savana bruciata, di retroguardie di migrazioni, di nuvole in fuga nel cielo. Usciamo dal parco sapendo che un pezzo del nostro cuore è rimasto lì, seppellito sotto un’acacia.
Montiamo il campo per la notte in un bel campsite appena fuori dai confini del parco. A cena conosciamo tre viaggiatori tedeschi diretti verso il Kenya. Due di loro sono persone di dubbio gusto. Cerchiamo di evitarli il più possibile. Non importa, la precedente notte di luna piena al Serengeti ci ha talmente colmato cuore, testa, occhi, stomaco di una bellezza sublime che poco ci scalfisce. Mangiamo, chiacchieriamo fino a tardi con Bryson, andiamo a dormire. Tutto qui.
>>> continua

