Gli ultimi fuochi
C
ome nella più classica delle barzellette: due italiani, un tedesco, un serbo e un samoano si arrampicano su per una montagna….ecco questi siamo noi la domenica mattina. Ha piovuto tutta la notte e Afa, la nostra guida locale, è un po’ scettica sul trekking. Noi insistiamo. Ci procura un paio di stivali di gomma a testa che non ci fanno ben sperare e partiamo verso le pendici del cratere con la nostra auto.Nel nulla di una strada persa tra i campi buchiamo una gomma. Meno male, era troppo strano che questa macchina ancora non ci avesse dato problem. Avremmo infranto una legge della natura. Il cambio gomma è complicato, anche perché la ruota di scorta non è propriamente quella adatta. In qualche modo ce la facciamo e arriviamo al punto dal quale bisogna proseguire a piedi.
Per il primo tratto tutto bene, ci sembra una passeggiata, ma dopo mezz’ora cominciamo a salire. Il sentiero si inerpica in mezzo ad una vegetazione fitta, in alcuni tratti è quasi verticale e il fondo è un fiume di fango rosso scivoloso e intrappolante. Dopo il primo tratto io mi sento decisamente male anche perché il caldo è torrido e l’umidità al 200 %. Mi ripiglio come posso e continuiamo l’ascesa.
D
opo più di un’ora di cammino arriviamo in cima e da qui dobbiamo scendere per qualche centinaio di metri (praticamente scivolare col culo causa fango) per arrivare al cratere che oggi è un lago naturale di acqua dolce. Marci e fangosi come siamo la vista dell’acqua ci inebria. Senza la minima esitazione ci mettiamo in mutande e ci tuffiamo: impossibile rinunciare. Chissà se ci capiterà ancora di poter nuotare in un cratere vulcanico.Prendiamo fiato e ci avviamo sul lungo cammino del ritorno: sta per piovere ed è meglio affrettarsi, che è un bel dire quando sgommi sul posto invece che procedere in avanti. Tornati alla capanna ci togliamo la crosta di terra secca e andiamo a consumare la nostra ultima cena da Sails. Candele, Vailima, baia di Apia, scorrano i titoli di coda, please.L’ultimo giorno a Samoa non è dei migliori: ha piovuto per tutta la notte e l’umidità all’interno della capanna ci ha inferto un duro colpo. Sigfrido ha la febbre alta, io sono mezza acciaccata ma stoicamente compiamo le ultime missioni: giro al mercato per acquisto di souvenir mancanti e restituzione auto.
Restiamo per tutto il resto della giornata sbattuti sull’umido materasso della nostra fala fino alle nove e mezza di sera, quando un bus ci passa a prendere per scaricarci all’aereoporto internazionale fuori città. Il nostro aereo parte all’una di notte: Apia - Los Angeles – Francoforte - Milano. Il ritorno in Italia è confuso nella memoria, una specie di lungo e interminabile volo che dal cielo ci riporta a terra, in tutti i sensi.
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