Milioni di stelle


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ggi si riparte: dobbiamo tornare a Salelologa per restituire l’auto e prendere il traghetto che ci riporterà dall’isola di Savai a quella di Upolu. Diamo un passaggio a Kim e Chloe che devono prendere la stessa nave. Ci pigiamo come possiamo nella nostra micro macchina e raggiungiamo il porto. Prendiamo al volo il traghetto e dopo una traversata di poche ore siamo ad Upolu.

Ci congediamo dalle amiche neozelandesi e puntiamo dritti verso l’isola di Manono: abbiamo deciso di passare due giorni ancora più lontani dal mondo civilizzato, in questa piccola isola senza auto né strade. L’isola di Manono, insieme a quella di Apolima, è a metà mare tra le due grandi isole di Savai e Upolu, che compongono l’arcipelago dello stato indipendente di Samoa. Precisazione dovuta, dato che esite anche American Samoa, poco distante. American Samoa ?!? Sorvoliamo (tanto oramai siamo esperti di volo estremo!). 

Approdiamo a Manono traghettati da una piccola barca e troviamo alloggio nell’unico posto per turisti dell’isola. Le capanne sono costruite sul mare, tipo palafitte, con una scala di legno che scende direttamente in acqua. E che acqua! Alla sera ci sediamo sul nostro balconcino fronte oceano e seguiamo il sorgere di una luna piena magica. Nessuna luce artificiale, solo il nero della notte, qualche lampo laggiù, lontano, in mare aperto, la luna e le stelle. Molte stelle. Un numero infinito di stelle. 
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opo un risveglio lento e una colazione abbondante decidiamo di fare a piedi il giro dell’isola. Fa già un caldo insostenibile ma bisogna vestirsi con decenza: coprire le spalle, coprire le gambe. Qui il XX secolo ancora langue e il rispetto per le tradizioni altrui è dovuto. Ci incamminiamo lungo un piccolo sentiero che segue tutto il perimetro di Manono. Passiamo attraverso piccoli villaggi, accmpagnati da due bambini muniti di carriola che distribuiscono agli spacci dei villaggi i dolci da vendere.

Dopo mezz’ora di cammino veniamo intercettati da una ragazzina che ci invita in casa: impossibile non accettare. Come entriamo (si fa per dire, visto che le case non hanno pareti) veniamo accolti dalle donne della famiglia: la “mater familia”, stazza consistente e cordialità sincera, e uno stuolo di ragazze e ragazzine (figlie, cugine, cognate e parentela varia). Mi piazzano in braccio il più piccolo in segno di fiducia e chiacchieriamo per quasi un’ora. La mater, ridanciana e caciarona, ci insegna una canzone samoana e non ci lascia andare finchè non le dimostriamo di poterla cantare tutta di un fiato.

Ci congediamo tra baci e abbracci e continuiamo il cammino. Dopo qualche ora, tra improvvise piogge torrenziali e sole bruciante, torniamo discretamente sfatti al nostro campo base. Il resto è relax, puro e semplice relax. Contemplazione dell’orizzonte silenzioso e della natura padrona del mondo. In questa parte del mondo, per lo meno.

>>> continua