Paracas
P
rossima tappa penisola di Paracas con pernottamento a Pisco, città del brandy: come saltarla? Viaggo canonico in bus, ricerca di bivacco notturno e organizzazione della gita del giorno a venire alle Isole Ballestas. Il resto del pomeriggio lo trascorrriamo facendo una lunga passaggiata fino sulla riva dell’oceano, tra alberghi fine secolo diroccati, moli abbandonati, piccoli pellicani feriti sulla riva del mare e “bambini crudeli” che ci giocano.Li affrontiamo come paladini verdi, ma il risultato è scarso. Ci guardano come marziani. Certe volte è dura accettare che la tua cultura non può assolutamente essere compresa ad altre latitudini. La giornata trascorsa su e giù per la penisola è un’orgia naturalistica: attraversiamo deserti di sabbia, costeggiamo l’oceano e ci avventuriamo giù per le scogliere fino a raggiungere punti dove le onde, nei secoli, hanno scavato archi di roccia e caverne profonde, camminiamo su un lungomare ricoperto di granchi e conchiglie, prendiamo una piccola barca che ci fa arrivare fino al Parco Naturale delle isole Ballestas, regno di migliaia di uccelli di decine di specie diverse e dei leoni marini.
La giornata è grigia ma non toglie fascino a questo paradiso. Prima di salpare avviciniamo sulla spiaggia enormi e buffi pellicani e durante l’attraversata veniamo accompagnati da stormi di uccelli in volo radente sul pelo dell’acqua. Arriviamo con la barca vicino ad una grossa insenatura: la spiaggia dei leoni marini. I maschi, sulla riva, mugghiano cupi: un suono inquietante. Attorno al nostro scafo le femmine, curiose, affiorano fino quasi a farsi toccare.
U
n piccolo pinguino di Humboldt, impacciato sulla terraferma, scivola dalla scogliera come un clown involontario. La cima delle isole è bianca come neve. Non è neve: le isole sono una miniera di guano inesauribile. Tappa pranzo in un ristorante-chiosco affacciato su una baia deserta, accompagnati dal ritmo di un vecchio percussionista locale. Sulla strada del ritorno reincontriamo in una laguna sul mare i fenicotteri rosa che avevamo lasciato a 5000 metri in Bolivia e visitiamo un piccolo e interessantissimo museo spuntato dal nulla. La giornata è stata intensa. Abbiamo accumulato molte cose da ricordare.Mai stanchi di ripartire, dopo la notte a Pisco eccoci alla volta di Ica. Qui troviamo alloggio nell’albergo piu’ brutto e scassato di tutto il viaggio: scale buie, stanze tipo celle di prigione, vetri rotti alle finestre, materasso sudicio senza lenzuola, mono lampadina da 3 watt che penzola tristemente dal soffitto. Questo c’è. Questo si prende. Per non avvilirci troppo decidiamo di passare il pomeriggio tra le dune del deserto che circonda Ica. Raggiungiamo Huacachina in mezz’ora. Il paese è costruito attorno ad un piccolo lago ed è circondato da alte dune di sabbia: un’oasi, così come ce l’hanno descritta nei libri.
Il divertimento qui è affittare le tavole, tipo quelle da snowboard, arrampicarsi ansimando fino sulla cima delle dune e lanciarsi giù a tutta velocità. Cazzate da turisti: lo facciamo comunque. Imbrocchiamo due o tre voli da manuale e finiamo con etti di sabbia infilati in ogni orifizio possibile. Proprio in tutti? In tutti. E’ ora di tornare a dormire nella nostra cella a pagamento. Domani si torna a Lima.
>>>continua

