Le spiagge nere di Lovina


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l farsi del male volontariamente attiene al viaggiatore ad oltranza, per cui nel pomeriggio si riparte impavidi alla volta del parco naturale di Baluran. Nonostante si legga sulla guida che il luogo merita una sosta, giunti sul posto decidiamo nostro malgrado di proseguire: la struttura è decisamente dismessa e l’accoglienza non è delle più calorose.

Altro bus verso Banyuwangi e poi verso Ketapang, piccolo porto da cui partono i traghetti per Bali. Qualche ora di attesa, come sempre, poi un’ora di traversata ed eccoci nell’isola da sempre presente nell’immaginario esotico di ognuno. Giunti sulla terraferma le scelte possibili sono due: dirgersi verso la costa sud, verso Kuta, o verso quella nord, verso Lovina.

Kuta è l’apoteosi del ricco turismo occidentale trapiantato in Oriente: grandi alberghi, boutiques di lusso, spiagge curate, ristoranti internazionali, quartieri interi invasi da negozi di souvenir, concentrazione umana di turisti, soprattutto australiani e americani, sopra la media sopportabile. Il misticismo orientale qui non è di casa. Kuta dicono sia uno dei più famosi paradisi per surfisti.

Le onde dell’oceano sono decisamente da record, i surfisti sono in effetti una moltitudine, ma sul fatto che questo posto sia un paradiso ci sarebbe da discutere.

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aturalmente scegliamo la strada verso la costa nord di Bali e giungiamo a Lovina. Questo è in effetti un vero piccolo angolo d’eden. Alloggiamo in un bungalow sulla spiaggia, circondato da un giardino pieno di fiori.

L'arredamento è povero, non c’è acqua calda, ma per una cifra assolutamente irrisoria (2 euro per notte, compresa la colazione!) possiamo ammirare il tramonto sul mare di Java seduti in veranda. Impagabile. Il giorno successivo ci tuffiamo nell’esperienza del “rent a motorbike!”: affittato un motorino gironzoliamo senza meta precisa lungo la costa e verso l’interno.

La Bali induista è molto diversa dalla Java musulmana che abbiamo appena lasciato. Piccole e delicate offerte di fiori e incensi raccolti su foglie intrecciate sono appoggiate davanti ad ogni porta, ad ogni bottega, lungo i marciapiedi. Il verde dei campi di riso ha una luminescenza unica, quasi fosforescente, anche quando il cielo si carica di nuvole e il vento fa ondeggiare le palme.

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ncontriamo persone dal sorriso gentile che si muovono con una calma serena che ci contagia. Da qui non ripartiamo subito. Dedichiamo un’intera giornata al riposo sulla spiaggia vulcanica di sabbia nera.

Dobbiamo fare scorta e tesoro di questa bellezza, anche perché il giorno seguente il passaggio da Kuta è obbligatorio: una notte di pernottamento si impone, per poter prendere il volo alla volta di Flores dall’aereoporto di Denpasar. Le poche ore trascorse a Kuta ci confermano i sospetti: nulla di più di una qualsiasi località turistica iperoccidentalizzata, frenetica, affollatissima.

Acquistiamo il nostro biglietto aereo in un’agenzia di viaggio al secondo piano di un edificio fatiscente; mentre aspettiamo l’emissione del ticket dalla finestra entra un cane spelacchiato. Dalla finestra del secondo piano !?! Non ci facciamo troppe domande, potrebbe essere una visione.

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