Flores : paradiso perduto


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artiamo alla volta di Flores, isola all’estremo est dell’arcipelago indonesiano, decisamente periferica rispetto ai percorsi turistici tradizionali. Arriviamo a Maumere e dall’esatto momento del ritiro bagagli capiamo senza ombra di dubbio che ci siamo lasciati alle spalle il turismo di massa. Lo scalo è piccolo e povero come una stazione di treno di provincia e, appena usciti dall’aereoporto ci rendiamo conto che sono più numerose le guide che offrono i loro servizi di noi turisti appena sbarcati.

Scegliamo un albergo un po’ a caso e cominciamo le prime faticose contrattazioni per avere una macchina con autista-guida per i giorni a venire, unico modo per attraversare Flores verso ovest senza impiegarci più o meno un mese. La giornata intera trascorsa a girovagare per Maumere ci offre un’atmosfera nuova. A differenza della Java musulmana e della Bali hindu, Flores è un’isola prevalentemente cattolica. Non più moschee, non più templi in pietra grigia, ma chiese, croci e campanili ovunque.

La piccola città di Maumere, luogo poverissimo, ha un’atmosfera rarefatta e dismessa. Sono ancora visibili e tangibili le ferite profonde lasciate dal terribile terremoto che ha colpito queste zone nel 1992. Case crollate e semidistrutte un po’ ovunque, mai più ricostruite. Nel nostro peregrinare per la città veniamo assaliti da decine e decine di bambini che, armati di quaderno e penna, ci chiedono di scrivere nomi, professioni e impressioni sul luogo, probabilmente un compito da svolgere per la scuola.

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iamo accerchiati da una moltitudine di grandi occhi scuri e sorrisi luminosi: ci sentiamo come delle vere e proprie rockstar che firmano autografi! Il giorno seguente partiamo alla volta di Moni, villaggio dall’entroterra e campo base per l’ascesa al Kelimutu, secondo complesso vulcanico del viaggio. Il tragitto da Maumere verso Moni, a bordo di una jeep scassatissima guidata da Anjelino, la guida che abbiamo scelto, dura tutta la giornata. Le strade sono in gran parte sterrate e molto strette. Attraversiamo foreste di palme e chilometri di boschi di banani; sul ciglio della strada i contadini attendono pazienti il passaggio dei camion che caricano il loro raccolto comprato per poche rupie (per essere rivenduto poi a tutt’altro prezzo sui mercati balinesi).

Facciamo uan tappa suggestiva a Paga Beach, spiaggia meravigliosa e deserta sulla costa sud di Flores: nulla da invidiare a Kuta, ma nessun surfista all’orizzonte, solo pescherecci al largo e un gruppo di poliziotti indonesiani che suona la chitarra all’ombra di una palma. Il nostro percorso prosegue verso Moni: la jeep si arrampica su per le montagne e dopo molte ore arriviamo al villaggio, collocato in una piana che improvvisamente si apre di fronte a noi.
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l villaggio è povero e semplice, come l’alloggiamento che troviamo, ma molto confortefole. Passeggiamo tra le risaie a terrazze dove incontriamo bellissimi bimbi che ci accerchiano chiedendo in coro biro e sigarette (?!). Poco distante un ragazzo pascola le oche tra gli specchi d’acqua dei campi e i contadini lavorano curvi sulle fragili piantine di riso. Qualche passo fuori dal villaggio e si arriva ad una piccola cascata tra le rocce: una fonte di acqua calda e sulfurea nella quale ci tuffiamo senza indugi. La sera scorre tranquilla, tra chitarra ed arak, un distillato di palma decisamente alcoolico e dal dubbio sapore.

Dopo pochissime ore di sonno ci svegliamo per la gita al Kelimutu: un’altra alba sui vulcani: Nel buio della notte il sentiero che ci porta alle pendici del vulcano è un vero e proprio azzardo, soprattutto perché Anjelino, la nostra guida, ha decisamente abusato dell’arak ed ora guida la jeep con eccessiva disinvoltura. Vivi ed un po’ scossi cominciamo la camminata a piedi verso la cima. Poco più di mezz’ora ed arriviamo quando sta per albeggiare tra le grandi bocche del complesso del Kelimutu. I tre crateri sono ora dei laghi naturali con una straordinaria particolarità, il colore: c’è il lago nero, quello marrone e quello turchese. La colorazione dipende dalle sostanze minerali che mano a mano si sciolgono nell’acqua dalle pendici dei crateri. Il colore cambia negli anni e non molto tempo fa uno di questi laghi era incredibilmente rosso.

Lo spettacolo è singolare e la suggestione intensa. La leggenda locale narra che le anime delle persone defunte riposino nei tre laghi: le anime dei giovani in quello turchese, quelle dei vecchi in quello marrone e le anime delle persone malvage in quello nero. Crederci o meno poco importa: qua in cima il panorama è unico, gli specchi d’acqua colorati sono quasi fantascientifici e la presenza di alcuni uomini del villaggio, seduti in preghiera sull’orlo dei crateri crea un’atmosfera di raccoglimento e induce, atei o mistici, alla silenziosa meditazione.

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