L'arrivo
T
orino-Parigi-Singapore-Jakarta : la fine di un interminabile viaggio ci vede, storditi e spaesati, all'aereoporto della capitale Indonesiana, persi nella ricerca di un'auto o di un bus che ci porti in città. il primo slalom tra le varie offerte , ufficiali e non, di mezzi di trasporto ci coglie impreparati : siamo poco combattivi e contrattuali. non pretendiamo troppo da noi stessi : saliamo su un taxi qualsiasi e ci dirigiamo verso il nostro hotel, unico già prenotato dall'Italia per essere sicuri di riprendere le forze prima della grande avventura.Guardando fuori dal finestrino, con lo sguardo vacuo e i vestiti stropicciati, vediamo scorrere veloci le prime vere immagini del nostro viaggio: il tipico caos da megalopoli del terzo mondo. Un magma infernale di auto, camion, motociclette, biciclette, carri e carrretti invade ogni metro di strada percorribile.
Ovunque un brulicare di gente in movimento, un concerto continuo di clacson la colonna sonora. Il nostro hotel è come ce lo aspettavamo: venti piani di extra-lusso caduti non si sa come nel cuore di questa Babele d'oriente. Dentro l'atmosfera è straniante: marmi, specchi, saloni deserti, silenzio da cattedrale; a parte un solitario ed improbabile pianista che suona per un pubblico assente. Da dimenticare.
Dalla finestra del quindicesimo piano la città sembra un mare in tempesta. A perdita d'occhio luci e serpenti di macchine, case e palazzi. Circa dieci milioni di persone si aggirano freneticamente in questo labirinto. La sera facciamo una camminata di qualche ora senza meta presisa per la città alla ricerca di un pasto: ci imbattiamo in interi quartieri di grandi magazzini e Mc Donald.
I
l desiderio è quello di scappare al più presto in cerca della vera Indonesia, anche se questa è probabilmente una delle sue mille facce. La decisione di fuga del giorno successivo si scontra immediatamente con il tempo orientale: l'unico treno in partenza per la città di Yogyakarta è previsto per il primo pomeriggio.Non ci resta che girovagare per la stazione, la “stasiun” in indonesiano. Beviamo del tè, mangiamo qualcosa ai warung, semplici chioschi che vendono cibo e bevande, nel piazzale antistante. I warung offrono a poco prezzo un buon pasto, a patto di non indagarne la composizione e l’acqua è in omaggio, ma meglio non berla.
E’ ora di partire e sulla banchina, aspettando il nostro treno, ne vediamo transitare altri che trasportano passeggeri fin sui tetti dei vagoni: sembra un esodo. Otto ore di treno, tra topolini che scorrazzano allegramente tra i sedili e aria condizionata tarata sulle temperature del polo nord mettono a dura prova la nostra appena recuperata buona condizione fisica. Arriviamo a Yogyakarta in piena notte.
Quattro passi e appena fuori dalla stazione troviamo alloggio in un piccolo hotel decisamente confortevole. Il giorno seguente finalmente ci svegliamo in Indonesia, quella sognata.
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