Taveuni
A
l mattino con un taxi raggiungiamo l’aereoporto di Suva (Nausori) che è un po’ fuori città. Attraversiamo periferie povere e scalcinate come tutte le periferie del mondo (non è che la Melanesia si differenzi) e arriviamo di fronte al nostro aereo: un bielica microscopico dipinto a colori sgargianti. Bisogna salire.Il timore è immediatamente cancellato dallo spettacolo che ci si presenta durante la trasvolata: barriere coralline, mare turchese, isole ricoperte di foreste verdissime. Atterriamo a Taveuni, al Matei airport: non possiamo confermare in tutta coscienza che sia un aereoporto perché in realtà è solo una lunga pista, al fondo sterrata, che taglia in due la vegetazione.
Su un lato un baraccotto grosso come un chiosco di gelati sarebbe lo scalo, terminal partenze arrivi e punto di ritrovo per fare due chiacchiere.
C
i carichiamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo lungo l’unica strada che costeggia il mare girando tutt’attorno all’isola. La strada è asfaltata ma non incontriamo nessuno. Le poche persone che incrociamo camminano in mezzo alla carreggiata: tanto se arriva un mezzo lo senti e lo vedi con tutto l’anticipo necessario. Conosciamo da vicino il sorriso cordiale e sincero dei figiani.Una serenità nello sguardo difficile da dimenticare. Camminando camminando arriviamo alla meta scelta per la notte, il Beverly Beach Camping: quattro tende piantate sulla spiaggia, una tettoia coperta, con panche e tavolo per mangiare, due cabine doccia-cesso alimentate ad acqua piovana. Alcune tende sono occupate (due coppie di cecoslovacchi e australiani e un ragazzo americano).
Ci dicono che i gestori abitano in cima alla collina. Bisogna andarli ad avvertire se vogliamo fermarci. Sigfrido parte in missione: lo vedo arrampicarsi su per il sentiero in mezzo alle palme, poi sento un abbaiare di cani poi più nulla. Speriamo.
D
opo un po’ ridiscende incolume: è fatta, la tenda è nostra! Verso il tramonto, come tutte le sere e le mattine, scende dalla collina la vecchia proprietaria accompagnata da un cane preistorico e pulciosissimo (Fernando) che abbaia come una foca rauca, a portare frutta per noi e fiori freschi da mettere sul tavolo e dentro i gabinetti.It’s a wonderful world ! L’elettricità non esiste, per fortuna abbiamo una pila. Alla sera ci incamminiamo lungo la strada per cercare un posto dove mangiare. Il buio è totale. Alla prima curva troviamo un piccolo bar ristorante gestito da due ragazzi molto giovani con un “aiutante” di mezza età simpatico e chiacchierone che si piazza al nostro tavolo e tra birre e sigarette ci racconta un poco di storia locale.
Il ristorante “Tramonti” è a picco sull’oceano: quattro tavoli, luce di candela, immensa volta stellata sulle nostre teste. Bula Fiji, vinaka.
>>> continua

