Levuka
L
a partenza da Savu-Savu per Suva (ma iniziano tutti per esse, porco giuda?) è prevista al mattino presto. Giungiamo in aereoporto, cioè, sul campo/pista, pesiamo gli zaini, ci pesiamo noi (sui piccoli aerei si fa così!!) e pregando il dio del volo partiamo sobbalzando. Atterriamo a Suva e, nelle ore di attesa per il secondo volo, ci facciamo portare da un taxista in un vicino parco naturale molto bello, scuro e folto di vegetazione, attraversato da decine di corsi d’acqua.Partiamo per Ovalau su un aereo ancora più piccolo (sembra un gioco: le matrioska-aereomobili. L’ultimo della serie non lo voglio vedere). Atterriamo ad Ovalau in un campo di patate e con un camioncino, dopo un’ora di tragitto su strada sterrata, arriviamo a Levuka con il fondoschiena frastagliato. Prendiamo alloggio allo storico Royal Hotel, un albergo coloniale antico e affascinante. Sembra d’essere in un’altra epoca, ma in quest’epoca è ora di andare a dormire.
Levuka è un antico porto coloniale ottocentesco: camminando per le sue strade si rimane stupiti dall’atmosfera simile in tutto e per tutto a quella di un paese del “vecchio e selvaggio west”. Le case sono in legno, colorate e porticate sulla via, l’atmosfera è molle e decadente, la tranquillità assoluta.
N
on sembra possibile che nell’ottocento Levuka fosse uno dei piu’ importanti porti del pacifico. Tratti di questo passato sono impregnati nelle pareti del Royal Hotel: grandi saloni, sala biliardo, foto antiche alle pareti. Le stanze, al primo piano, hanno pavimenti in legno scricchiolante e finestre sulla baia che si aprono come quelle di una barca. In effetti tutto l’hotel pare un grosso veliero in disarmo. Molto suggestivo. Decidiamo di girare i dintorni di Levuka affittando due biciclette.La strada che costeggia la costa lungo l’isola offre scorci stupendi. Pedaliamo per tre ore su un fondo sterrato tra voragini e sassi grossi come cocchi. Rischiamo la caduta più volte, io soprattutto che ho la scioltezza di un pupazzo di legno. Naturalmente cado nell’esatto istante in cui incrociamo cinquanta ragazzi e ragazze all’uscita di una scuola. Perfetto. A metà strada ci fermiamo a bere qualcosa in un resort mezzo in disuso.
La piccola piscina è piena di foglie e ci sguazza solitaria una rana. In effetti la povera non nuota felice, semplicemente non riesce più ad uscire. Facciamo la nostra opera buona cavandola dall’impiccio. Mi immagino che nel regno degli anfibi per anni e anni si racconterà della leggenda del principe ranocchio pescato da un gigante buono quando oramai disperava di essere salvo. Rane e rane per generazioni si tramanderanno la leggenda. Sarebbe bello. Immagino e sogno.
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