Doccia nella foresta
Q
uesto giardino dell’eden merita una giornata di stop e di totale relax. Dall’alba al tramonto del giorno successivo ci trasciniamo dalla sabbia all’acqua all’amaca. Vediamo il sole scendere lentamente sul mare e colorare il cielo di sfumature mistiche.Quando la notte avvolge tutto ci avventuriamo nell’unico altro posto che serve pasti e la padrona-matrona, nella sua fantastica cucina a vista, ci prepara una pizza (piatto oramai internazionale) così composta: disco di pasta di cemento alto tre centimetri ricoperto da un bosco di verdure e formaggio gommoso dal sapore inesistente: peso specifico per centimetro quadrato incalcolabile.
Il figlio-cameriere, un figiano alto due metri decisamente più femminile della madre, ce la serve sculettando. Io ne mangio una fetta e mi sento sazia per le prossime tre settimane. Sigfrido, temerario, la mangia quasi tutta ma senza scampo la rifà pari pari al gabinetto nella notte. Uguale. Come appena sfornata. Speriamo che la signora del campeggio e la matrona del ristorante non abbiano un accordo di riciclaggio!
D
edichiamo il giorno appena sorto alla gita al Lavena Coastal Walk, un trekking all’interno di un parco che costeggia l’oceano per un primo tratto per poi addentrarsi nella foresta fino ad arrivare ad una bellissima cascata. Con una guida locale raggiungiamo in auto l’ingresso del parco, poi partiamo a piedi per la lunga camminata: più di un’ora e mezza all’andata, lo stesso al ritorno.Siamo insieme ad Hanka e George, i due ragazzi della repubblica Ceca del campeggio. Lungo il percorso attraversiamo la foresta folta e piena di fiori dalle forme improbabili, incocciamo in ragnatele di due metri di diametro, ci avventuriamo per alcuni tratti su spiagge laviche battute dall’oceano grigio e minaccioso. Piove, ma non importa. Passiamo una specie di ponte tibetano e proseguiamo verso l’interno lungo il corso di un fiume.
Il percorso si fa via via più impervio ma la meta finale meritava tanta fatica. Il sentiero termina in una stretta gola e al fondo si intravedono le cascate. Per arrivarci sotto bisogna arrivare a nuoto, il sentiero qui finisce. Non fa caldo, piove ma ci mettiamo in mutande e ci buttiamo. Impossibile rinunciare. L’acqua è gelata. Il tuffo ci ridà vigore e arriviamo sotto il muro d’acqua. Intorno a noi solo la foresta piena di suoni sconosciuti.
U
n vero sogno ad occhi aperti. Torniamo ai nostri vestiti bagnati e ripartiamo per il campo base. Sulla strada del ritorno la pioggia diventa torrenziale e ci rifugiamo sotto una tettoia improvvisata. Si uniscono al gruppo due botanici ungheresi (!?!) over settanta con sacchi pieni di muschio e piante varie che hanno raccolto lungo il tragitto: una coppia decisamente curiosa.Troviamo una noce di cocco e decidiamo di sperimentarla seduta stante. Sigfrido purtroppo si infilza una mano con il coltello: un bel taglio profondo che comincia a sanguinare copiosamente. Non è proprio la situazione ottimale per un incidente simile: foresta, diluvio, almeno un’ora di cammino da affrontare.
Madre natura ci viene in aiuto: impariamo che il latte di cocco (forse per la sua essenza zuccherina) è un ottimo cicatrizzante. Indiana Jones, ciucciaci il calzino.
>>> continua

