Potosì
A
ll’alba ci carichiamo gli zaini in spalla e ci mettiamo in attesa del bus all’angolo di una strada: l’ “agenzia” così ci ha detto di fare. Dopo mezz’ora si insinua il dubbio della fregatura. Fiducia…fiducia… Fiducia premiata: con ritardo canonico e con precisione ineccepibile il bus si ricorda di noi nel suo giro tortuoso per la città in raccolta dei viaggiatori.Impensabile per il nostro modo di vivere occidentale, ma assolutamente funzionante! Bolivia! Esta es mi tierra! Il viaggio per Potosì ci porta attraverso lande desolate, il bus si inerpica per strade tortuose e sterrate scalando per noi le montagne, il cielo blu elettrico è solcato da nuvole bianche come neve.
F
acciamo una tappa a metà strada in un ristoro da far west. Nello spiazzo antistante incontriamo il nostro primo lama e due improbabili oche. Un vecchio con cui scambiamo due parole ci stende facendoci notare che abbiamo quelle che lui chiama “mani da gringo”: le sue raccontano il lavoro quotidiano, duro e continuo; le nostre, beh… Arriviamo a Potosì, una città-paese a 4090 metri di altitudine, la città delle miniere.
S
opra la città svetta il Cierro Rico, una montagna d’argento che ha fatto la storia, anche tragica, di questo luogo. Nell’arco di tre secoli 8 milioni di persone morirono nelle sue viscere, schiavi sfruttati dall’ingordigia dei conquistatori spagnoli che solo dal 1503 al 1660 trasferirono in Spagna oltre 16.000 tonnellate di metallo prezioso. Potosì nel 1672 era la città più grande al mondo alla pari di Londra e più grande di Parigi, Roma, Siviglia. 200.000 abitanti, quasi tutti uomini sfruttati dai conquistadores. Una tragedia antica di proporzioni immense, dimenticata dalla storia.
O
ggi le miniere sono ancora sfruttate da cooperative di locali che, a prezzo di condizioni di lavoro durissime, trovano in ciò l’unica fonte di guadagno. Alloggiamo in una pensione molto basic anche se la nostra stanza all’ultimo piano è grande come una piazza, ha ben due letti matrimoniali e un lungo balcone dal quale il Cierro Rico ci osserva. Il malessere dei giorni precedenti si trasforma in febbre alta.Riusciamo ancora a comprare il giro per Uyuni dei giorni successivi da una agenzia, beviamo mate de coca e mastichiamo le mitiche foglie su consiglio dei locali: in effetti aiuta a guarire. Mi infilo sotto le coperte fino al giorno successivo. Sto sudando e fuori fa un freddo polare. Ceniamo con un pacco di biscotti. Buonanotte. Speriamo.
>>>continua

