Aria rarefatta


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ltro sonno ristoratore, altro vagabondaggio per la città in attesa della partenza per La Paz. Voliamo di sera e per un errore di prenotazione o chissà che finiamo in prima classe al prezzo della seconda. Con il solito look post-atomico veniamo serviti da uno steward impeccabile che ci riempie continuamente i bicchieri con un ottimo vino rosso. Siamo già ubriachi a metà del volo. Arriviamo a La Paz di notte. Partire da Lima in aereo e atterare a La Paz significa passare dal livello del mare a 4000 metri in poche ore. La Paz vanta l’aereoporto più alto del mondo. Passato il controllo passaporti ci imbattiamo in una saletta attrezzata con l’ossigeno a disposizione del pubblico.

Ci sembra di stare bene e lo saltiamo. Usciamo all’aria aperta: un cielo stellato da sogno, un’aria fredda e limpida. Respiriamo a pieni polmoni. Con il solito taxi partiamo da El Alto verso la città, sprofondata in una conca laggiù. Quando scolliniamo e ci troviamo davanti La Paz restiamo impietriti dalla bellezza: pare che il cielo di stelle si specchi sul fondo della valle. Le mille luci della città laggiù pulsano come un cielo al contrario. Restiamo in silenzio, ammaliati. Scendiamo al primo albergo alla nostra portata economica. Una stanzetta angusta con vista cortile.
 
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acciamo conoscenza con il Frankenstein, il rudimentale sistema che consente di avere l’acqua calda: un accrocchio montato direttamente sul tubo della doccia e collegato ad un interruttore elettrico: praticamente una sedia elettrica in piedi. O ti fidi e ti lavi o dimentichi l’acqua calda per un mese, e con queste temperature non è che la doccia fredda sia così piacevole. Ci fidiamo. Probabilmente ci va solo di fortuna! L’altitudine si fa sentire e io passo la notte con il cuore in gola, un senso di soffocamento e la nausea. Non posso sdraiarmi senza sentirmi morire e cerco di “dormire” seduta nel letto. Sigfrido sta bene. A lui il comando.
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l giorno seguente camminiamo senza meta per la città, prendendocela con molta calma per acclimatarci all’altitudine. Acquistiamo i biglietti aerei per Sucre (giù, sempre più a sud, per poi risalire). La Paz è un intreccio di vie strette e ripide che tagliano le gambe e il fiato, esplode di colori e mercati, brulica di commerci e gente in transito. Nel nostro tragitto capitiamo nel bel mezzo di una manifestazione di protesta: una piazza piena di bandiere rosa e molta polizia.
Attorno, sulle colline, le baracche di El Alto e dei quartieri poveri incombono e osservano. Una città unica, dove i “ricchi” stanno in basso e i poveri in alto. D’altronde la ricchezza e la fortuna qui è poter vivere il più possibile sotto i 4000 metri per avere una maggiore aspettativa di vita. Per marcare maggiormente il privilegio di abitare nella città bassa basta pensare che per scendere da El Alto a La Paz la strada è sbarrata da un casello con pedaggio a pagamento. Chi non paga non scende.

La sera ceniamo al ristorante Colonial, due stanze al primo piano di una vecchia casa piene zeppe di cimeli di ogni tipo: mappe, grammofoni, armi, trombe, bilance, fotografie, strumenti da cucina, tavoli antichi, sedie imbottite, fregi, dischi, tappeti, un’orgia per gli occhi. Domani si riparte.

>>>continua