5 uomini in barca
D
urante il tragitto la barca incrocia spesso piccole isole disabitate, veri e propri atolli persi nel blu, circondati dalla barriera corallina e popolati solo da granchi. Non è possibile attraccare: il capitano getta l’ancora al largo e per raggiungere le isole non resta che farsela a nuoto. Uno dopo l’altro lo zio, la vecchia, il mercante, Don Diego e la ragazza si tuffano nelle fredde acque mosse per raggiungere spiagge rosa di corallo tempestate di conchiglie che paiono gioielli, per riposare all’ombra di tre palme cresciute lì chissà come, per galleggiare a pelo d’acqua sopra castelli sottomarini di alghe e rocce e pesci e coralli di tutti i colori. Distante, al largo, la casa-barca ancorata beccheggia mollemente sulle onde in loro attesa. Quando giunge il momento di salpare il capitano chiama all’ordine con un fischietto da arbitro, che naturalmente fa scattare nel gruppo l’italico animo calcistico: GOOOAAAALLLL! rispondono inesorabilmente in coro prima di tuffarsi in acqua e raggiungere il vascello nuotando nelle pose più strane: chi perché tenta di portare a bordo una conchiglia da venti chili, chi per salvare la macchina fotografica, chi per salvare la schiena bruciata dal troppo sole equatoriale.I
n una delle svariate discese si tenta un diversivo: raggiungere la riva in canoa. Viene calata in acqua dalla ciurma una piccola barca scavata nel tronco di una palma. Tentano l’impresa Don Diego e il mercante. Il primo si introduce nello stretto abitacolo senza danni. Il secondo, troppo veemente, imbarca un poco d’acqua. I due sono ora seduti uno di fronte all’altro, in attesa di staccarsi dalla chiglia della nave madre. L’illusione di salpare dura poco. Il peso sostenibile dal fuscello è stato superato. La canoa lentamente e inesorabilmente affonda. Centimetro dopo centimetro. I due assistono muti al loro naufragio. Sul ponte della nave madre il capitano e la ciurma scoppiano in un fragoroso applauso.L
a tappa principe della traversata prevede l’esplorazione delle mitiche isole preistoriche di Rinca e Komodo, popolate dai varani. L’imbarcazione le raggiunge la mattina del terzo giorno di navigazione, quando oramai la cassa di birra è stata svuotata dallla sera precedente. Il trekking sulla terraferma dura tutta la giornata. Svizzeri, tedeschi, americani lo affrontano in perfetta tenuta da esploratore: scarponcino allacciato antisdrucciolo infilato su calzettone tattico, pantalone lungo, cappello, macchina fotografica con treppiede, crema fattore protezione 60. Il nostro gruppo non è da vedere: sbarca in infradito, pareo fiorato e occhiali da sole tra la perplessità degli astanti. I varani comunque li vedono pure loro: con grande soddisfazione riescono ad incrociarne alcuni tra il fitto della vegetazione, enormi e impressionanti lucertoloni carnivori dall’ingannevole aspetto sonnacchioso. Si spera non si accorgano delle ciabatte da mare che renderebbero la fuga imprecisa e probabilmente inutile. La notte seguente il gruppo e la ciurma la trascorrono attraccati al largo delle isole, in una baia tranquilla e silenziosa., sotto una volta di stelle indescrivibili. Questa sarà ricordata come la notte del mercante. Una piccola barca affianca silenziosa il vascello e in un attimo salgono a bordo piccoli indonesiani agguerriti che srotolano sul ponte stuoie contenenti ogni genere di mercanzia: collane, bracciali, maschere tribali, lance, scodelle, animali intagliati nel legno, stoffe…. E’ un attimo: il mercante scrocchia le dita, si siede nella posizione del loto, scambia uno sguardo con i compagni e prende possesso della situazione. I poveri indonesiani non sanno che cosa li aspetta: Don Diego individua una maschera e lo zio e la ragazza un varano in legno lungo almeno cinquanta centimetri. Parte la trattativa. Dopo due ore, il mercante e l’unico indonesiano sopravvissuto al match sono alle fasi finali. Tutto intorno gli altri osservano muti tra fiumi di pessimo liquore locale, probabilmente un distillato dal tubo di scappamento di un camion,e kretek, profumate sigarette ai chiodi di garofanno. Le stelle osservano mute. All’alba del giorno seguente il varano e la maschera troneggiano a prua.I
l porto di Lombok si avvicina: un gorno e una notte di mare aperto al largo di Sumbawa separano il gruppo dalla meta. Pare semplice, non fosse che per tutto il tempo restante il mare decide di divenire protagonista. Onde di molti metri sballottano la barca e il suo equipaggio a destra e a manca. Con la luce del giorno sembra divertente, ma nel buio della notte l’ansia prende il sopravvento. Restare ancorati al pavimento del ponte richiede uno sforzo non indifferente e i nostri cinque, avvolti nelle loro coperte intrise di salsedine paiono vecchi tappeti arrotolati, ognuno nel suo angolo, poi tutti in mucchio, poi alcuni a poppa altri a prua, poi di nuovo tutti in mucchio e così via. All’alba sui loro volti la notte appena trascorsa ha lasciato segni profondi.L’approdo
La traversta dei nostri cinque finisce senza infamia e senza lode sulle coste dell’isola di Lombok in un non meglio imprecisato piccolo porto. Lo zio, la ragazza, il mercante, la vecchia e Don Diego, con i capelli scolpiti dalla salsedine, si congedano dalla ciurma e tentano di riappropriarsi della stabilità sulla terraferma. Barcollando raggiungono un bus che saltellando qua e là sulla strada di terra battuta li porterà verso le foreste lussureggianti dell’interno, popolate da migliaia di scimmie.
Ma questa è un’altra storia.
>>> Volare sul Mistero

